Teheran - Napoli

Nuova manifestazione a Teheran, in memoria di Neda, la ragazza uccisa durante la protesta antigovernativa,
nonostante il divieto imposto dalle autorità
I manifestanti si sono dati appuntamento in una piazza di Teheran, dopo che in mattinata le autorità avevano vietato di celebrare anche le esequie funebri in memoria di Neda Agha-Soltani, la ragazza 26enne uccisa da un colpo di arma da fuoco durante le proteste di piazza.
Una candela nera con nastri verdi, simbolo dell'Islam e del movimento che accompagna le proteste in favore di Mousavi, identificherà chi appoggia la rivolta.
I manifestanti hanno deciso di sfidare il nuovo veto imposto dai Pasdaran, la guardia d'elite della Repubblica islamica, nata con la Rivoluzione del 1979 che, nel loro sito, hanno minacciato di "affrontare i rivoltosi e tutti coloro che violano la legge" compresi, ovviamente, giornalisti e tutti quelli che, con telefonini o altri mezzi, tenteranno di testimoniare gli avvenimenti
...e poi
Una ragazza è stata picchiata a sangue, in piazza Bellini a Napoli, mentre si trovava in compagnia di un amico.
E' stata aggredita in quanto, probabilmente, ritenuta vittima più semplice da menare da parte della squadraccia che dapprima intendeva dirigere le proprie attenzioni verso un suo amico, del quale si trovava in compagnia, in quanto individuato come gay.
Pare che nelle vicinanze ci fossero altre persone nessuna delle quali è intervenuta a difesa del ragazzo.
Un'altra volta è una donna ad essere la vittima di violenze. Così, come anche a Neda è successo, la richiesta di giustizia diventa il motivo di un'aggressione da parte di persone che, ritenendosi superiori, accampano il diritto di usare la violenza per imporre il proprio punto di vista.
L'occhio che la ragazza casertana forse perderà è, accanto alla perdità della vita di Neta, un'ennesima sconfitta da parte dell'essere umano.
L'ArciGay aiuterà la ragazza, per quanto sarà possibile, sicuramente le darà un sostegno per quanto riguarderà le spese legali che si troverà ad affrontare per difendere i diritti che le sono stati sottratti perché voleva difendere quelli di un amico.
Non ricordo chi ne fosse l'autore, ma riporto una frase molto calzante:
"L'intelligenza dell'uomo ha molti limiti, la sua stupidità, invece, è sconfinata."
Imbuti al contrario

Sta nevicando
sui miei pensieri.
Una staccionata
di pali scheggiati
racchiude
la mia stanchezza.
Inseguo regole difficili
diluite con inganno
da persone vuote
che le imbottigliano
con imbuti al contrario.
La roggia
Avevo sei anni e mi stavo accingendo ad attraversare via Roma.
Mi trovavo fermo tra due automobili parcheggiate, quando quella alla mia sinistra, di poco, avanza.
Tra me e l’auto non è che ci fosse molto spazio, quindi mi trovai spalmato sull’auto alla mia destra.
Fortunatamente, l’auto che tentava di schiacciarmi aveva a bordo un autista che s’accorgeva di ciò che stava facendo e, anche se non proprio prontamente, arretrò lasciandomi cadere a terra.
L’autista con il volto di una persona evidentemente sotto shock, dopo essersi informato sul dove abitassi, mi prese in braccio e mi portò a casa.
La meteorologia, in quei giorni, registrava pioggia, molta pioggia, tanta che sia lo Strona che il Toce, colmarono gli alvei ed in alcuni punti cercarono e trovarono spazi più ampi sui quali correre.
Mi portarono all’ospedale, senza urgenza, il giorno dopo l’incidente. Accusavo un dolore al gomito, per sicurezza mi prescrissero i raggi X.
Eseguito il trapassante esame, io e mia madre, tornammo a casa, la strada ai piedi del palazzo in cui abitavamo, era colma di persone in agitazione. Carabinieri, pompieri e ambulanze, con le luci sui loro tetti, illuminavano, in un giostrante susseguirsi di raggi colorati, le facciate delle case tutt’attorno e una forte frenesia si era impossessata, a vario titolo, di tutti gli astanti.
Salimmo e dal balcone dell’appartamento che occupavamo al quinto piano, vedemmo da cosa era causato tutto quel bailamme.
Era crollato il ponte che, da vicino casa, permetteva di attraversare lo Srona, i tronchi degli alberi si accumularono tra gli archi della napoleonica costruzione e, facendo da diga, forzarono sui pilastri che pur essendo formati da blocchi di granito, non ressero alla forza dell’acqua, trascinando con se buona parte dell’antica struttura.
L’acqua non portò con se solo il ponte, anche un’auto, incurante dello sbracciarsi da parte dei Carabinieri già sul posto, avvertiti della presenza di interessanti crepe, precipitò tra le rocce in quanto volle attraversare proprio mentre il ponte stava collassando.
All’interno, tre malcapitati, rimasero incastrati tra le lamiere contorte dai detriti.
Un Carabinieri, aiutato dai presenti, si calò riuscendo a sottrarre dalla furia dell’agitato liquido, due persone mentre una terza, mi sembra il conducente, perì senza che gli si potesse portare soccorso.
Alcuni anni dopo, quel Carabiniere, venne insignito di una qualche medaglia al valore.
Il ponte portò con se anche parte di una palazzina con la quale condivideva il marciapiedi. A livello della strada ospitava un supermercato della Coop, per noi questo era il nome della palazzina stessa.
Abbandonata, divenne per anni, luogo di spericolati pomeriggi.
Oggi, una situazione analoga, verrebbe messa in assoluta sicurezza, con transenne e limiti d’accesso d’ogni genere; allora, l’unico limite, era costituito da alcune tavole inchiodate a croce su tutte le aperture che potevano costituire un accesso, ma venivano, con puntuale caparbietà, rimosse da qualcuno. Io e Luigi non avevamo bisogno di tale operazione, entravamo a piacimento nel caseggiato, dalla parte da cui mostrava le proprie nudità, scalando le macerie che, come una frana, si riversavano nel torrente. Frugando tra i mattoni e le tegole, anche dopo anni, riuscivamo sempre a trovare qualcosa di interessante. Una bottiglia piuttosto che una forchetta, un rotolo di nastro adesivo o una rivista; questi oggetti erano il bottino che ci meritavamo quando capitava che alla Coop spettava il compito di farci trascorrere alcune ore. In una di quelle scorrerie, trovammo una scatoletta di ragù pronto, ricordo una confezione con l’etichetta verde; dopo vari tentativi, utilizzando arnesi di fortuna, riuscimmo ad aprirla, l’assaggiammo e, ancora con le smorfie di disgusto sul viso, attraverso una scomparsa parete, la scaraventai tra i flutti.
Anche il ponte sul Toce crollò e siccome la strada che porta verso Ornavasso si allagò, Gravellona rimase bloccata su tre delle quattro strade che portano fuori dal paese. Per poter proseguire verso l’Ossola, i pompieri istituirono un trasbordo delle auto e delle persone, su mezzi anfibi così da poter oltrepassare la località Campone, completamente sommersa.
Il ponte sul Toce venne prontamente sostituito da una passerella appoggiata su barconi attaccati tra loro cosicché sia le persone che i veicoli, poterono attraversare per quanto in modo abbastanza traballante.
Sottocasa invece, si potè attraversare lo Strona, dapprima solo a piedi, su una passerella sospesa a cavi. Nei mesi successivi, approntarono una nuova strada, sottraendo spazio al cortile sul retro del palazzo di Luigi che da allora rimase diviso in due dalla rampa che dava accesso al nuovo ponte, sarebbe comunque stato provvisorio. Venne costruito in travi d’acciaio imbullonate. La pavimentazione era di tavole appoggiate di traverso, per tutta la lunghezza dell’unica campata.
Di giorno non ci si faceva molto caso, ma di notte, i veicoli che vi transitavano, facendo rimbalzare sui loro alloggiamenti quelle tavole, producendo un frastuono tale che occorsero parecchi giorni prima di abituare le nostre orecchie a quel rumore e a farlo diventare sopportabile. Per ovviare un po’, sostituivano spesso le tavole senza, tra l’altro, sortire un soddisfacente risultato.
Via Milano è la strada che porta dalla crociera a “di là del ponte”, come veniva chiamata la zona di Gravellona sull’altra sponda dello Strona e cammina parallela alla facciata principale del palazzo in cui vivevo, dal crollo del ponte la deviarono facendo in modo che girasse intorno allo spigolo del palazzo, formando una esse che conduceva al nuovo ponte.
Fu questa la ragione per cui venne chiusa la discesa che dava accesso ai garages sotto casa, che altrimenti si sarebbe trovata a sbucare proprio nel mezzo di una delle anse della doppia curva. Ne venne così costruita una sostitutiva, alcuni spostata di alcuni metri, aprendo una breccia in quello che era il muro di confine; fino ad allora ci aveva separati dal prato dove andavamo ad abbuffarci di “pane e vino”, la saporitissima erba che d’estate eravamo soliti masticare per estrarne l’agre linfa, dopo la si sputava.
Prima di tutti questi lavori, per raggiungere il cortile di Luigi, dovevamo passare per Via Milano, girare intorno alla casa dell’Eliseo, costruita a cavallo della roggia, per ridiscendere lungo l’argine destro del canale.
Proprio davanti alla vecchia discesa del mio cortile dovettero costruire un ponticello, corto ma indispensabile per scavalcare il canale così, da quel momento, i nostri cortili vennero messi in comunicazione diretta dalla rampa del nuovo ponte.
La roggia era un canale alimentato più a monte, dallo Strona. Serviva, un tempo, ad azionare mulini utilizzati per vari usi, il principale era quello di far girare ruote che producevano energia elettrica, utile alle varie fabbriche presenti lungo il suo corso. Per lunghi tratti era a cielo aperto, quasi completamente priva di protezioni. Per tenere lontani dalle sue sponde i bambini, gli adulti facevano girare la voce, che sul fondo del canale viveva un mostro pronto a ghermir prede allorquando queste si avvicinavano. Non che ci credessi però, quando un pallone ci finiva dentro, non è che mi veniva tanta voglia di recuperarlo quindi, periodicamente, si raggiungeva il punto laddove, dopo il suo utile correre, ritornava nel torrente. Una barriera di grossi massi ne rallentava la corsa, conoscevamo perciò, l'elevata la probabilità che i palloni vi rimanessero imprigionati.
Quando era vuoto, usavamo il letto di cemento del canale, per entrare in una vecchia fabbrica, da tempo abbandonata. Si camminava chinati per circa cinquanta metri, fino a raggiungere l’interno dello stabilimento dove delle saracinesche arrugginite, facevano capire che tempo addietro, in quel punto, era possibile controllare il flusso dell’acqua noi, invece, le si usava per issarci fuori dal canale sporcandoci completamente dell’ossido di ferro.
Una volta all’interno del recinto dell’opificio, era cosa facile girare per i giganteschi ambienti. In una di queste furtive visite, trovammo un deposito, al centro del quale imperava un’enorme montagna di tessuto grigio-verde. Era un cumulo di strette bisacce all’interno delle quali era custodito un intero kit per maschere antigas, con tanto di filtri di ricambio, un tubicino simile ad un piccolo tubetto di dentrifricio che recava la scritta “antiappannante” e una piccola pezza. Si doveva sicuramente trattare di materiale utilizzato durante la seconda guerra mondiale e, a pensarci bene, era finita da poco più di vent’anni. Il premio, per quella giornata, era costituito dal maggior numero di bisacce che riuscivamo a portarci tracolla, l’intento era quello di ricavarci chissà quale grande guadagno, frutto della vendita agli amici, di quel prodotto tanto facilmente reperibile. Non andò proprio a buon fine quel commercio, provammo anche, stringendole il più possibile al volto, ad utilizzarle come maschere da sub, anche in quel caso il successo, ovviamente, non si vide affatto.
In un’altra occasione, trovai delle bacchette di vetro con il diametro uguale a quello del mio polso e lunghe quento io ero alto, ancora oggi vivo la curiosità di sapere quale potesse essere il loro utilizzo, allora non ho potuto chiedere ad un adulto di cosa si trattasse, avrei dovuto spiegarne la provenienza; le portai a casa e, dopo alcuni giorni, non sapendo che farne le riportai nello stabilimento per togliermi lo sfizio di buttarle dalle finestre più altre, con grandi risa nervose causate dal gran fracasso che provocarono. Il timore di essere scoperti era sempre presente ed era la benzina delle nostre furbate.
Da uno dei sottotetto, si poteva passare alla soffitta di una abitazione adiacente. Sul pavimento si apriva una botola. Nostro divertimento, era aprire quella botola, e dopo aver verificato che gli inquilini fossero assenti, la aprivamo. Dava accesso alla stanza da bagno di una coppia di anziani, in loro assenza mettevamo a soqquadro tutti gli oggetti posati sulle varie mensole. Si rideva come matti cercando di imitare i volti dei due malcapitati, quando al loro ritorno, si sarebbero accorti dell’inspiegabile cataclisma che li aveva colpiti.
Di fronte allo sbocco di via Privata Pariani, la strada sul retro di casa, su via Milano, c’è l’imbocco di via Ripari, si dipana, prima di raggiungere corso Roma, tra le case che sorgono lungo la roggia. Subito dietro la casa sull’angolo sinistro, una piccola casina con l’accesso su un ballatoio che si raggiungeva salendo cinque o sei scalini di beola, era la dimora di una vecchina che, essendoci simpatica, non era mai vittima dei nostri “dispresi”. Era entrata nelle nostre grazie perché, in cambio di qualche commissione, ci faceva dono di biscotti o caramelle. Le portavamo spesso delle cassette per la frutta, recuperate durante i ritorni a casa, lungo la strada o fuori dai negozi, le utilizzava per avviare il fuoco nella stufa e in cambio ci dava alcune monete da cinquanta o, raramente, da cento lire che prontamente spendevamo nella bottega della Gattoni oppure al bar Sport, nostro fornitore ufficiale di ghiaccioli.
Alla prima curva, che svoltava a destra, una sponda del canale fungeva da troppo pieno, permetteva alla roggia, qualora troppo abbondante d’acqua, di riversarsi nello Strona, in quel punto particolarmente vicino; quando era quasi vuota, quella stessa sponda ce ne permetteva l’attraversamento.
Raggiungevamo, così, un estesissimo prato sul quale, d’estate, ci si metteva ad asciugare dopo aver combattuto l’arsura tuffandoci nello Strona. In quel punto, infatti, il torrente forma una grande pozza dove la corrente rallenta in modo considerevole, diventando una comoda piscina naturale.
Un grandissimo masso emergeva dall’acqua ed era sormontato da un alto muro che ne seguiva, alla base, la sagoma. Sulla sinistra, la roccia, presentava un punto più sporgente e alto, da lassù ci si tuffava. Era un vanto riuscirci, perché solitamente era permesso solo ai più grandi. Imparammo addirittura, a tuffarci dalla sommita del contrafforte. La si poteva raggiungere percorrendo una stretta stradina perpendicolare al torrente ed entrando in un giardino.
Mi tuffavo solo di piedi, qualcuno lo faceva anche di testa, io non mi sono mai spinto a tanto.
Crollo ponte sullo Strona - 1968
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleriaFoto.asp?Id=2836&IdC=216
Collaudo nuovo ponte
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleriaFoto.asp?Id=2835&IdC=216
Galleria foto
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleria.asp
Roxana Saberi
ANSA) - TEHERAN, 11 MAG - La giornalista irano-americana Roxana Saberi e' stata scarcerata. Lo si apprende da fonti giudiziarie a Teheran. La condanna a otto anni inflitta in primo grado a Roxana Saberi e' stata ridotta a due anni, con sospensione condizionale della pena, perche' gli Stati Uniti sono stati considerati un Paese non ostile. Lo ha detto oggi uno degli avvocati della giornalista irano-americana, Abdolsamad Khorramshahi.
Oggi ho ricevuto questa:
I'm writing with joy and relief to let you know that petition signatures helped to make a difference: American journalist Roxana Saberi is free!
Individuals around the world, including the almost 28,000 activists who signed our petition, have pressured the Iranian government to free Roxana Saberi. Ms. Saberi appeared in court to have her appeal heard yesterday and her charges were reduced. She walked out of prison in Iran today and was reunited with her parents.
Irano-americana, di madre giapponese, di padre iraniano, è da tre mesi nel carcere di Evin a Teheran.
Mi sembra d'aver capito che non siano state rese note le accuse delle quali è stata oggetto e per le quali già è stata processata.
Sta dimagrendo a vista d'occhio in quanto sta facendo lo sciopero della fame.
L'ennesima persona che, in quanto giornalista, ne sono convinto, subisce violenza da parte delle autorità di un paese autoritario.
Tanti ne sono morti e per ognuno di loro, o non si trova il mandante o, addirittura, gli si addebita la motivazione della violenza stessa.
Cliccando sulla fotografia si arriva ad un sito che raccoglie le firme per una petizione che chiede la sua scarcerazione
Un abbraccio
pena_di_morte[1]
Sono contrario alla pena di morte sempre e comunque.
Se parliamo di minorenni condannati a questa pena, sto veramente male.
Siamo responsabili dei nostri figli fino alla loro maggiore età, siamo altresì responsabili di tutti quei minori che non hanno mai avuto o hanno perduto prematuramente, una guida, come possiamo portarli alla morte per uno sbaglio che hanno commesso perché noi adulti non siamo stati capaci di prevenire atteggiamenti che, nella maggior parte dei casi, sono dovuti a nostre mancanze.

il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (art. 6(5)): “Una sentenza capitale non può essere pronunciata per delitti commessi dai minori di 18 anni ...”
la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia (art. 37(a)): “... Né la pena capitale né l’imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretate per reati commessi da persone di età inferiore a 18 anni.”
Povero maiale
La fonte dalla quale ho prelevato il seguente materiale, è il Ministero della salute.
Cos'è la nuova influenza provocata da virus A/H1N1?
La nuova influenza umana da virus A/H1N1. La nuova influenza A/H1N1 è un infezione virale acuta dell’apparato respiratorio con sintomi fondamentalmente simili a quelli classici dell’influenza: febbre ad esordio rapido, tosse, mal di gola, malessere generale.
Come per l’influenza classica sono possibili complicazioni gravi, quali la polmonite, e casi mortali. I primi casi di questa nuova influenza umana da virus A/H1N1 sono stati legati a contatti ravvicinati tra maiali e uomo; il nuovo virus A/H1N1 è infatti un virus di derivazione suina. Nell’uomo infezioni da virus influenzali suini sono state riscontrate occasionalmente fin dagli anni 50 e sono legati ad esposizione e contatti ravvicinati (1-2 metri) con suini, ma il nuovo virus A/H1N1 si è ora adattato all’uomo ed è diventato trasmissibile da persona a persona. L’influenza non viene trasmessa attraverso il cibo e si sottolinea come, anche se i primi casi siano stati legati a suini, non vi sia alcun rischio di infezione attraverso il consumo di carne suina cotta o prodotti a base di carne suina. Trattandosi di un nuovo virus influenzale, la vaccinazione con i tradizionali vaccini antinfluenzali (vaccini stagionali) molto probabilmente non è efficace; la vaccinazione contro l’influenza classica è comunque una misura raccomandata in caso di viaggi .
Quando virus influenzali di differenti specie animali infettano i suini, i virus possono andare incontro a fenomeni di "riassortimento" e nuovi virus che sono un mix di virus umani/aviari/suini possono emergere. Nel corso degli anni, sono emerse diverse varianti di virus influenzali suini; al momento, nei maiali sono stati identificati 4 sottotipi principali di virus influenzali di tipo A: H1N1, H1N2, H3N2, and H3N1. Comunque, la maggior parte dei virus isolati recentemente nei maiali sono stati H1N1
Quali sono i sintomi della nuova influenza umana da virus A/H1N1?
I sintomi della nuova influenza umana da virus A/H1N1 sono simili a quelli della "classica" influenza stagionale e comprendono: febbre, sonnolenza, perdita d'appetito, tosse. Alcune persone hanno manifestato anche raffreddore, mal di gola, nausea, vomito e diarrea.
Quanto è grave l'influenza da virus A/H1N1 nell'uomo?
Come l'influenza stagionale, l'influenza da virus influenzale A/H1N1 nell'uomo può presentarsi in forma lieve o grave. Come l'influenza stagionale, può causare un peggioramento di patologie croniche pre-esistenti e in passato sono stati segnalati casi di complicazioni gravi (polmonite ed insufficienza respiratoria) e decessi associati ad infezione da virus A/H1N1.
Le persone possono prendere la nuova influenza umana da virus A/H1N1 mangiando carne di maiale?
No, i virus della nuova influenza umana da virus A/H1N1 non sono trasmessi dal cibo; non si può contrarre tale influenza mangiando maiali o prodotti a base di carne di maiale. Mangiare carne maneggiata in maniera appropriata, carne cotta e prodotti a base di carne suina non comporta alcun rischio. Cuocere la carne a temperatura interna di 70-80° gradi uccide il virus dell'influenza, così come gli altri batteri e virus, al pari della stagionatura.
Come si trasmette la nuova influenza umana?
La trasmissione da uomo a uomo del virus dell'influenza si può verificare per via aerea attraverso le gocce di saliva di chi tossisce o starnutisce, ma anche per via indiretta attraverso il contatto con mani contaminate dalle secrezioni respiratorie. Per questo una buona igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie è essenziale nel limitare la diffusione dell'influenza.
Per quanto tempo una persona infetta può trasmettere il virus dell’influenza umana da nuovo virus A/H1N1 ad altre persone?
Le persone con influenza umana da nuovo virus A/H1N1 sono da considerare potenzialmente contagiose per tutto il periodo in cui manifestano sintomi, generalmente per 7 giorni dall’inizio della sintomatologia, più il giorno che precede l'insorgenza dei sintomi. I Bambini, specialmente quelli più piccoli, possono potenzialmente diffondere il virus per periodi più lunghi.
Cosa si può fare per proteggersi dall’influenza umana da nuovo virus A/H1N1?
In questo momento non c’è un vaccino che sia efficace contro l’influenza da virus A/H1N1; ci sono tuttavia azioni comuni che aiutano a prevenire la diffusione di germi che causano infezioni respiratorie come l’influenza:
- coprire con un fazzoletto naso e bocca quando si starnutisce e gettare il fazzoletto nella spazzatura dopo averlo usato
- lavare spesso le mani con acqua e sapone specialmente dopo avere tossito o starnutito e dopo aver frequentato luoghi pubblici; sono utili ed efficaci anche detergenti per le mani a basi di alcol
- cercare di evitare contatti con persone malate
- in caso di influenza, rimanere a casa e limitare i contatti con altre persone per evitare di infettarle
- evitare di toccare occhi, naso e bocca perché i germi si diffondono proprio in questo modo
Come si può diagnosticare l'infezione da virus influenzale A/H1N1 nell'uomo?
Per la diagnosi di tale influenza è necessario raccogliere un campione di secrezioni respiratorie (tampone nasale o faringeo) entro i primi 4 – 5 giorni dall'inizio dei sintomi (quando è maggiormente probabile che la persona elimini i virus). Comunque, alcune persone e in particolar modo i bambini possono eliminare il virus influenzale per 10 giorni e più. L'identificazione del virus richiede l'invio del campione ad un Laboratorio di riferimento. E' il medico ad indirizzare l'eventuale caso sospetto al laboratorio di riferimento.
Quali farmaci possono essere usati per trattare le infezioni da virus influenzali A/H1N1 nell'uomo?
Sono disponibili diversi tipi di farmaci antivirali per il trattamento dell'influenza: amantadina, rimantadina, oseltamivir e zanamivir. Mentre la maggior parte dei virus si sono rivelati suscettibili a tutti e quattro i farmaci, il nuovo virus influenzale è risultato resistente alla amantadina e alla rimantadina; pertanto solo oseltamivir e zanamivir sono raccomandati per il trattamento della nuova Influenza.
Quante sono le fasi e i livelli di rischio di una pandemia?
Nel 2009, sono state riviste le fasi descrittive di una eventuale pandemia e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha deciso di utilizzare come metodo di misurazione una scala da 1 a 6. Lo schema seguente sintetizza le fasi e i livelli di rischio di una eventuale pandemia.
Consulta lo schema
La fase 4 è caratterizzata dall’avvenuto passaggio del virus da uomo a uomo, ma la trasmissione interumana è limitata e la diffusione è altamente localizzata; ciò vuol dire che il virus non è ben adattato all’uomo. Tale fase è indicativa di un aumento del rischio di pandemia, ma non significa necessariamente che la pandemia ci sarà.
Nella fase 4 sono già attivi tutti i sistemi di controllo e sono già predisposti tutti i provvedimenti per l’adozione delle misure in fase pandemica.
Chi ha prenotato un viaggio in Messico cosa deve fare?
I viaggi in Messico sono attualmente sconsigliati dal Ministero degli Affari Esteri. Inoltre le notizie di misure di profilassi assunte dal Governo di quel Paese (chiusura delle aree archeologiche per esempio) sconsigliano un viaggio per turismo. In caso di necessità consultare il sito “Viaggiare sicuri” e iscriversi al servizio “Dove siamo nel mondo” entrambi del Ministero degli Affari Esteri oltre a seguire le misure di prevenzione raccomandate dal Ministero e diffuse in particolare negli aeroporti.
I farmaci antivirali possono essere assunti a scopo preventivo prima di un viaggio nelle zone colpite dalla nuova influenza?
No, i farmaci antivirali non sono vaccini e non debbono essere usati a scopo preventivo, devono essere assunti sotto il controllo di un medico solo per il trattamento della malattia . Per acquistarli è comunque necessario la prescrizione medica.
Ci sono restrizioni per i viaggi in zone interessate dai focolai di influenza da virus A/h1N1?
Non ci sono restrizioni ai viaggi da Parte dell’OMS, i viaggiatori diretti alle aree in aree interessate da focolai devono mettere in atto le seguenti misure preventive:
- evitare luoghi affollati e manifestazioni di massa
- lavare regolarmente e frequentemente le mani con acqua e sapone; in alternativa possono essere usate soluzioni detergenti a base di alcol o salviettine disinfettanti
- evitare di portare le mani non pulite a contatto con occhi, naso e bocca
- coprire la bocca e il naso con un fazzoletto di carta quando si tossisce e starnutisce e gettare immediatamente il fazzoletto usato nella spazzatura
Sono previsti controlli e canali sanitari alle frontiere e negli aeroporti? Ci sono visite sanitarie o quarantena per chi torna dal Messico?
No. Sono state messe in atto misure per quanto riguarda aeromobili e navi, in particolare per quanto riguarda le aeromobili è stata richiesta la trasmissione obbligatoria della parte sanitaria della dichiarazione generale di aeromobile, debitamente compilata per ciò che concerne le condizioni di salute di passeggeri e componenti di equipaggio a bordo durante il viaggio. Per quanto riguarda invece le navi è stata richiesta l’esclusione del rilascio via radio della libera pratica a qualunque nave abbia toccato porti delle aree affette; per queste provenienze la libera pratica sanitaria (permesso di sbarcare ed imbarcare persone e cose) viene rilasciata previa verifica a bordo.
Ci sono rischi per la permanenza o il passaggio in aeroporto ?
Non ci sono rischi particolari o raccomandazioni aggiuntive rispetto a quelle generali. Per i viaggiatori diretti in zone con focolai si raccomanda il lavaggio delle mani frequente e accurato con acqua e sapone e detergenti a base di alcol, l’utilizzo di fazzoletti manouso da gettare nei cestini in caso di raffredore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel confermare che non ci sono restrizioni per i viaggi, come al solito consiglia prudenza nel mettersi in viaggio a persone affette da malattie, per esempio diabete, tumore o altre malattie croniche.
Quali precauzioni devono adottare i viaggiatori che provengono da zone dove si sono verificati focolai di influenza da virus A/h1N1?
Le persone rientrate dalle zone colpite dalla nuova influenza devono monitorare il proprio stato di salute per 7 giorni come indicato negli opuscoli distribuiti in aeroporto al loro ritorno. Sono comunque liberi di tornare alle proprie attività.
Solo in caso di insorgenza di una sintomatologia influenzale, per esempio febbre sonnolenza, perdita d’appetito, tosse, dovranno contattare telefonicamente il loro medico di famiglia e dietro la sua consulenza attuare misure come: limitare il più possibile i contatti con i familiari, indossare da parte del malato una mascherina, mantenere una buona igiene respiratoria coprire cioè bocca e naso quando si starnutisce o tossisce tramite fazzoletti monuso. Per tutti è importante il lavaggio frequente e accurato delle mani con acqua e sapone oppure con detergente a base di alcol.
Ricordiamo che la trasmissione interumana del virus dell’influenza si può verificare per via aerea attraverso gocce di saliva di chi tossisce e starnutisce, ma anche per via indiretta attraverso il contatto con mani contaminate da lle secrezioni respiratorie.
Sarà il medico a valutare inoltre eventuali misure farmacologiche.
Particolari attenzioni nei contatti con persone rientrate dal Messico dovranno essere attuate eventualmente da persone immmunodepresse per eventuali malattie croniche o terapie.
Quando sarà pronto il vaccino?
Un vaccino non esiste al momento, il virus è stato isolato e sequenziato e ci sono tutte le indicazioni disponibili per produrre un vaccino, che potrebbe essere pronto nel giro di tre-quattro mesi.
ADRENALINA
La merla
Fa freddo e come un bussolotto della posta pneumatica, vengo infilato nel tubo della vita. Da qualche parte mi porterà nelle prossime ore, conosco solo la direzione che, pur essendo scritta sul biglietto, mi è completamente aliena. Minturno, provincia di Latina, una provincia che mi nota solamente in quanto studiata a scuola; del paese, le sole cose che mi è sono state riferite, sono che mio padre ci si è trasferito da poco e che si trova vicino al mare. 
Mancavano poco meno di due mesi al mio prossimo compleanno. Saranno sedici il primo giorno della merla. I tre giorni più freddi d’inverno, iniziavano con il disegnare piccole sagome di carta che rappresentavano una merla. E’ necessaria una forbice per ritagliarla, a scuola si trovavano di un modello dedicato ai bambini, le estremità erano arrotondate e gli occhi colorati. Grande spasso era attaccare quelle figure sulle spalle di ignari compagni. Frequentavo il primo anno di liceo, non era assolutamente previsto che lo abbandonassi, l’epoca delle merle da attaccare era per me ormai passato ma nemmeno avrei potuto, da lì a poco, dedicarmi a quel fanciullesco sollazzo.
Giungo a Milano, devo cambiare treno. La stazione già la conosco, ci si passava quando, da Gravellona, si partiva per andare a trovare i nonni a Bolzano. La sua enormità, invece, produce sensazioni che ogni volta si rinnovano. Le sue volte d’acciaio e vetro, sono tanto alte che sembra di essere all’interno di una collina, quello che vedo è la parte interna della sua superficie.
Non ricordo come, però trovo il treno che quando parte, dapprima volta verso est poi, arrivato a Bologna, si rovescerà inesorabilmente verso sud, nel mio viaggio di migrante al contrario.
Affacciandomi agli scompartimenti, cerco posti vicino a donne e persone anziane, per potermi sedere con maggiore sicurezza, la presenza di questa categoria di persone mi permette di pensare che potrò anche addormen- tarmi.
Non ricordo assolutamente come ero vestito, com’era la valigia e cosa di esclusivemente mio avevo appresso. Solo un oggetto ho in tasca, realizzato appositamente da tenere come ricordo, conscio come ero, di aver lasciato per sempre a Gravellona i miei primi, quasi sedici anni. Si tratta di una cassetta registrata, sul suo nastro magnetico, io e il Luigino abbiamo impresso, rutti e risate.
Il giorno prima di partire, il pomeriggio d’addio, lo trascorriamo mangiando formaggio nostrano accompagnato da pane al malto che veniva prodotto dal panettiere presso cui, la famiglia Bragagna, si riforniva; si trovava “di la del ponte”, a fianco a S. Pietro, la chiesa del patrono. La birra anche era presente, tanta birra. Sul tavolo cibo, bevande e il registratore, unico testimone dell’avvenimento, gira e registra le nostre voci e le rumorose emissioni gutturali, conseguenza del bere la frizzante bevanda, calda per di più.
Luigi è l’unico amico al quale confido quella mia, improvvisa, prossima partenza; nei nostri discorsi non mancano previsioni di lavoro che ci vedranno sicuramente soci. Apriremo un ristorante o, in alternativa, compreremo un TIR per portare merci in giro per il mondo. Pioniere in avanscoperta, preparerò il terreno per un, quasi sicuro, prossimo viaggio del Luigino, che nel frattempo si preparerà per raggiungermi.
Nei miei ricordi permangono i volti di tanti coetanei che ho lasciato a Gravellona Toce. Spesso riemergono le giornate passate con loro, le scorribande per il paese e le sue frazioni, a combinar “dispresi”; sono parte integrante di una parte della mia vita, mi torna spesso in mente, quel terzo della somma dei miei anni.
Sfoglio volentieri il diario di quei giorni, sulle sue pagine sono presenti volti e nomi associati ad avvenimeti, alcuni dei quelli hanno lasciato solo’limpron-ta, un rettangolo più chiaro lascia ad intendere che in quel punto, vi era attaccato qualcosa. Lo consulto volentieri, quando, di tanto in tanto, entro nella stanza dei ricordi e lo trovo tra i barattoli della memoria.
Quando qualcosa mi fa tornare in mente, da chi era occupata quella sbiadita parte di foglio, mi alzo in punta di piedi, mi aggrappo allo scaffale e trovo, sulla tavola, sommerse dalla polvere, le fotografie che, la memoria allentata, ha fatto scollare e che, sollevando l’album, sono scivolate fuori. Le raccolgo e le spolvero; sfoglio le pagine alla ricerca di quella giusta per ognuna di loro.
Facebook viene spesso snobbato, io lo considero uno strumento come altri, e come per ogni strumento, dipende dall’utilizzo, verificarne la bontà, anche una benda che si utilizza per medicare la si può utilizzare per togliere il respiro. Sto utlizzando Facebook per trovare le giuste pagine sulle quali incollare nuovamente, tutte quelle fotografie che, scovate sugli scaffali, avevo riposto alla rinfusa in barattoli senza etichetta. Con questo strumento di internet, sto cercando gli ex compagni che, ho lasciato tutti nel medesimo istante con un unico biglietto di treno. Questa ricerca è tesa a svuotare in modo considerevole, una parte dell’animo triste per quell’abbandono, in quanto grande ruolo hanno nei miei ricordi.
Ovviamente così non sarà stato per tutti quei compagni che ho lasciato, la mia singola assenza sarà subitamente stata rimpiazzata dalla compagnia reciproca che si sono fatti coloro che sono rimasti e, come ho scoperto da poco, sono tantissimi.
Qualcuno, a sua volta, riguardando fotografie dell’epoca, legherà quel ragazzo mingherlino, con gli occhiali più grandi del volto, a qualche particolare momento, ad una scazzottata o a battaglie fatte con i sassi e con grumi di terra.
Ho telefonato al Pinuccio, così lo si chiamava allora e, contattando Davide Giolzetti, sono riuscito a trovare anche Piero, suo padre e mio amico d’allora.
Il silenzio al mio annunciarmi per telefono, e gli enormi punti interrogativi che sono scaturiti dalle loro teste, tanto che li ho visti da qua, confermano alcune di queste mie riflessioni, sono sicuro, altresì, d’aver scatenato anche in loro, una ridda di ricordi che li accompagnerà nei prossimi giorni.
Luigi è uno dei pochi che ho rivisto da allora, raramente sono tornato a Gravellona in vacanza e, anche se ho vissuto a Ornavasso per circa un’anno, la prossimità di tempo dacché sono partito, non aveva ancora generato la nostalgia necessaria a dare un giusto valore a quei compagni. Di Luigi ne ho colma la memoria; ore, giorni, mesi e anni, sempre insieme tranne che a scuola, ci avevano messo in sezioni separate e non so quanto fosse stata casuale questa nostra forzata separazione, l’unica forse, oltre alle ore notturne.
Altri compagni hanno un volto al quale ricollego i nomi e cognomi, molti, invece, sono composti da lettere dondolanti, appese ad un filo, rischiano continuamente di cadere nell’oblio.
Giuseppe Esposito non posso non ricordarlo, ha un cognome molto diffuso dove vivo ora e a Napoli, la città natale di Silvana, spesso mi è capitato di incontrare suoi omonimi, oppure di incontrare alcuni Ciro. Il nome di suo padre che probabilmente, aveva intuito quanto fossi malandrino. Con me era sempre piuttosto burbero, lo ricordo come un uomo anziano, nonostante allora avesse poco più di trent’anni. Ogni volta che incontro un Esposito, utilizzo il loro ricordo come gioco mnemonico, utile a posizionare, nella memoria, dati utili. La mamma non so più come si chiamasse, era però una bella donna, la madre a sua volta, viveva in un vecchio caseggiato in corso Marconi, dove allora era la periferia esterna di Gravellona. Cinzia, la sorella di Pinuccio, di qualche anno più piccola di me, era del tipo di “donna” che ancora oggi preferisco, capelli neri, carnagione scura, la classica donna mediterranea, della quale categoria, dopotutto, la mia Silvi, è degna rappresentante.
Allora possedevo una Graziella, o una bicicletta analoga, era un modello molto diffuso in quegli anni, anche se era molto faticoso farla procedere, soprattutto in salita, mancando di rapporti tra i pedali e la ruota, che ne facilitassero la pedalata; al centro della canna, appena davanti ai pedali, aveva uno snodo che ne permetteva il ripiegamento, io ci pedalavo con lo snodo sganciato cosicché, pedalando, il manubrio invece di trovarsi di fronte, si posizionava di lato, sulla sinistra, era necessario un minimo di destrezza altrimenti i capitomboli, diventavano inevitabili. In una delle corse lungo la discesa dietro casa, Cinzia era seduta dietro, su quello che era una sorta di portapacchi, lei si attaccava alla sella e teneva le gambe tese e allargate per non toccare terra, all’improvviso, non ricordo se per mia imperizia e se per un suo impellente desiderio di scendere, cadde pancia a terra. Poche parti delle braccia e delle gambe non si grattuggiarono sull’asfalto, ma a subire i danni più seri, fu la parte inferiore del mento, se ricordo bene, fu necessaria l’applicazione di alcuni punti di sutura; fatto sta che la presi in braccio per portarla verso casa, fino a che un adulto mi alleggerì da quella faticosa incombenza, seguii entrambi fino al palazzo dove vivevamo e dove già erano radunati tutti i bambini che da lontano si erano accorti dell’avvenimento, qualcuno di loro andò ad avvertire i genitori.
Immaginate l’espressione del padre, vedendo la figlia con il volto e le mani coperte di sangue, dapprima si raggelò, subito dopo, dal balcone su cui si trovava, cominciò ad urlare chiedendo chi fosse il responsabile di tale misfatto. Ovviamente mi feci avanti cercando di addurre tutte le motivazioni che ritenevo mi avrebbero scagionato dalle grandi colpe che mi venivano attribuite. Cosa esattamente mi disse, non lo ricordo, però con i miei fratelli spesso rammentiamo che mi urlò un agguerrito: - Macaco!
Pino l’ho sentito ultimamente, di Cinzia chiederò nei prossimi giorni.
Piero era un ragazzo, molto tranquillo. Ricordo il giorno in cui entrò a far parte della mia classe, veniva, se non mi sbaglio, dalla Val Vigezzo, chiederò. In questi giorni stavo cercando di riappioppargli il cognome da me perduto, ma in continuazione mi sfuggiva. Le lettere che lo compongono, dondolano molto forte, ricordo solo che era poco o per niente presente, fra le mie conoscenze di allora a Gravellona. Cercando su facebook, tra le persone componenti un gruppo di iscritti, formatosi tra gravellonesi, compare: Davide Giolzetti. Ecco qual è il cognome di Piero, Giolzetti. Faccio il tipografo son trent’anni ormai e ho composto forme per decine di migliaia di biglietti da visita, mai che mi sia capitato di comporre questo cognome.
Quante cose si sono fermate al nord, nel correre dietro al mio vivere.
Qui, dove vivo ora, ci sono i gabbiani e i cormorani, tra le cose lasciate lassù, c’è anche la merla, dopotutto qui, non ci sono nemmeno tutti quei camini che hanno l’anno resa di colore nero.
Fiori d'acacia
Sto rovistando nella stanza dei ricordi, tra contenitori d'ogni foggia. Mi trovo su una piccola scala pieghevole, è necessaria, devo raggiungere quelli posati molto, molto tempo fa. Stanno in alto, alcuni si trovano dietro, sul fondo dello scaffale. Mi appoggio con le ascelle sul bordo della tavola, dopo aver spostato di lato quelli davanti, mi allungo, ne sto cercando altri, con l'etichetta "Luigino". Molti sono facilmente raggiungibili, spesso prendo quei barattoli e ci guardo dentro. Altri sono quasi irraggiungibili e difficili da aprire, sono vecchi quindi, non di plastica ma di latta, mi aiuto con un attrezzo, quello che sto usando è la fioritura delle robinie o acacie. Boschetti e, soprattutto, le scarpate della ferrovia, in questo periodo, sono una candida cascata di innumerevoli grappoli. Ecco! Si è aperto. Il Mario ha preso una vecchia rete per il letto, è di fitte maglie d'acciaio. Posizionata obliquamente, appoggiata a due paletti, servirà da setaccio. Scava laddove vuole preparare un orto. Molto tempo prima, quel pezzetto di terra, ospitò i corpi di alcuni conigli decimati da una morìa causata da una malattia di quelle che distruggono interi allevamenti. La terra smossa dal papà del Luigino, contiene un'enormità di frammenti grigiastri. Io e il Luigino abbiamo il compito di buttare con la pala, sul setaccio, tutta la terra che, via, via, Mario ci porta, la sparpaglierà successivamente per ospitare semi d'ogni tipo. In quel grande giardino, sorgeva una baracca fatta di pali e tavole recuperate da pedane dismesse. Li vicino c'era una legatoria di libri che lavorava per una nota casa editrice. Io e il mio compagno di scorribande, visitavamo spessouna grande fossa all'interno del recinto, dove venivano buttati gli scarti di lavorazione, rimanenze di rotoli di tela destinata ad irrobustire i dorsi dei libri e alcuni bidoni, al cui interno c'erano sacchi di cellophane con residui di colla vinilica. Ebbene, che si era inventato quel genio del "fai da te" di cui il Mario era grande sostenitore? Tutta quella tela veniva incollata sulle pareti all'interno della baracca, rendendola completamente priva di spifferi, bianca e pulita. Io e il Luigino recuperavamo e lui incollava. Rovisto ancora. A fianco della casetta, dalla parte opposta rispetto all'orto, depositate in quanto non più utilizzate, dormivano alcune vecchie automobili; in quel posto e, solo in quel posto, ho avuto l'opportunità di vedere, l'una vicina all'altra, due Anglia. All'interno di quelle carcasse passavamo molte ore, dopo aver passato interi pomeriggi lungo gli argini dello Strona, alla caccia di orbettini e lucertole o alla ricerca di palloni, rapiti dal torrente lungo il suo correre verso il Toce, ai giochi dei bimbi; li celava tra gli scogli posizionati a difesa delle sponde. Torniamo alle acacie. Acqua, farina e lievito di birra in una zuppiera. Grappoli di fiori messi ad asciugare tra le pieghe di strofinacci dopo averli, in modo invero abbastanza superficiale, passati sotto al rubinetto. Sul fuoco, in una padella colma d'olio bollente, venivano affogati quei grappoli dopo essere passati dal bagno di pastella. Nella mia memoria, una prelibatezza. Mentre la Luciana friggeva, io e suo figlio Luigi, spesso in compagnia dei nostri fratelli, con i gomiti sul tavolo, sfilavamo, ad uno ad uno, alcuni fiorellini dal loro verde calice, per succhiarne il dolce nettare imprigionato alla base dei petali. Le papille gustative, stimolate da questo ricordo, mi fanno tornare alla mente, un'altra pietanza che raccoglievamo dai prati e che, dove vivo ora, non ho mai trovato. Era un'erba dal rigido stelo con scanalature lungo tutto lo stelo; ne staccavamo le foglie e, messo quel gambo in bocca, lo si masticava fino a liberare un succo agre ma gustoso, la si chiamava "pane e vino", non ricordo se quel nome l'avevamo inventato noi o se da qualcuno l'apprendemmo, fatto sta che aveva un sapore simile a quello del vino. Monica, ultimamente, mi faceva notare quanto questa nostra rusticità, ci preservasse, con ogni probabilità, da allergie e intolleranze alimentari di cui oggi, invece, siamo tutti vittime. Nei prati dove si raccoglieva "pane e vino" si andava a giocare e uno di questi, ospitava una discarica di immondizia. A volte, con i bastoni, spostavamo la spazzatura, quasi sempre fumante. Se non era presente la fiamma, sotto quella sporca coltre, covava costante un fuoco; veniva appiccato per ridurne il volume e anche, per diminuire l'odore di marcio, quasi che l'odore di fumo, fosse un'alternativa più tollerabile. In quel nostro rovistare, trovavamo quello che consideravamo piccoli tesori, mucchi di giocattoli, proprietà passate di non più bambini, frutto dello sgombero di soffitte e cantine, buttati da genitori desiderosi di nuovi spazi nei ripostigli. Impensabile oggi credere che i miei figli, possano aver fatto queste stesse cose, in luoghi analoghi. Raccoglierò in questi giorni, alcuni grappoli di fiori d'acacia, li friggerò dopo averli sottoposti al bagno di pastella poi, poserò il barattolo sullo scaffale. Avrò cura di metterlo nello stesso posto in cui stava, uno dei guai che si può combinare rovistando tra i ricordi, è quello di fare confusione nel posarli, correndo il rischio di renderli non più rintracciabili. Un po' di colla sotto l'etichetta "Luigino" e un altro viaggio nel tempo è stato fatto.
Ai miei compagni di scuola

Se si è sufficientemente sereni e se si è fatto i conti con i propri
mostri o, almeno, li si è riconosciuti, l'entrare nella stanza della
memoria, non risulta essere molto dannoso. Come barattoli e scatoloni
impolverati, i ricordi si accatastano uno sopra all'altro.
Per alcuni, l'impronta nella polvere, risulta leggermente spostata.
Qualche volta, quel barattolo o quella scatola, la si è già aperta.
Senza curarsi di riposizionarli nello stesso posto, la vecchia impronta
sporge di poco da sotto.
Altri, quando li si solleva, fanno bella mostra di un'impronta pressoché
incorrotta.
Ricordi, posati sulla propria mensola, dopo alcune decine di anni,
stentano a sollevarsi, li afferri ma sono quasi attaccati al ripiano e a
qualche altro contenitore, o li apri sul momento o rischi di perderli
per sempre.
Certe volte, proprio l'atto di risvelarli, ne distrugge l'involucro,
danneggiandolo irrimediabilmente.
Sono troppo curioso di verificare se quei ricordi sono reali o se il
sovrapporsi di strati di polvere, ne ha modificato l'aspetto, l'odore,
i suoni.
Da alcuni giorni, grazie ad uno degli amici con i quali dividevo le
ore, dal risveglio al pranzo, frequentando le medesime scuole, anche se
in classi differenti, sono riuscito ad entrare in possesso di alcune di
quelle fotografie, dove un nutrito gruppo di bimbe e bimbi con relativi
fiocchi e grembiuli, viene ritratto.
Chi sopra ad una sedia, chi ritto piedi a terra, chi seduto sui talloni
o sul pavimento. La maestra, di lato, con lo sguardo fa credere che quel
gruppo altro non è che un grappolo di frutti, mentre lei è il ramo che
li ha generati.
Volti identici a come li ricordavo; risorgono anche gli odori dei luoghi
frequentati da ognuno di loro.
Gravellona Toce è il paese in cui si viveva ma i luoghi si trovavano a
Pedemonte o a S. Maria; nella zona industriale o presso la chiesetta della
Madonna dell'Occhio; oppure vicino S. Pietro o nei vicoli dietro la chiesa;
il laghetto e il Motto; la via Stampa con le sue villette, in fondo,
il Toce con il cantiere per l'estrazione della sabbia, risultato del
drenaggio, con la quale formavano enormi montagne.
Ogni luogo è legato ad un nome o ad un viso.
Simpatici, antipatici; quella mi piace un casino; con quello non ci
gioco più.
Dove vivo ora ho molti amici e conoscenti, alcuni dei quali sono di
vecchia data; alcuni hanno figli che vanno a scuola con i miei, altri non
li vedo da anni, altri ancora spero di non incontarli più e, alcuni,
veramente non li incontrerò, se non in un'altra vita.
Se fossi vissuto, negli ultimi trent'anni, a Gravellona, le cose sarebbero
andate in modo analogo; amici che vanno altri che vengono; così sarà
sicuramente successo a chi è rimasto o di poco si è allontanato.
Però, quei secondi passati dopo la mia telefonata a Pino, sono durati una
eternità.
L'ho chiamato e gli ho detto:
- Pronto Pino?
Ciao sono Massimo Penitenti, ti ricordi di me?
...silenzio...
- eh! come, non mi ricordo, ma quanti anni sono passati?
Tanti ne sono passati, ora, quei vecchi compagni, li sto cercando, perché?
Perché non posseggo nemmeno una di quelle fotografie scattate negli atrii della
scuola, alcuni di quei visi che fanno parte del gruppo, stanno svanendo,
di altri sta svanendo il nome o il cognome, di altri mi viene in mente il nome
e il viso...
Prima o poi ci riesco e, chissà, forse riuscirò anche a organizzare una
rimpatriata... chissà!
Serendipità
Quanto tempo è necessario per riconoscere un attimo?
Se di poco valore un attimo.
Esistono attimi che cambiano o possono cambiare il corso di un'esistenza.
Di quanto tempo necessitiamo per riconoscere l'importanza di un attimo?
A volte sono necessarie più generazioni.
L'accumularsi di informazioni con la guida delle regole dettate dalle
tradizioni, di padre in figlio, e poi ad un altro figlio, è indispensabilie
per poter dare il giusto valore e per fa diventare importante quell'attimo.
La concentrazione di centinaia di anni; l'accumularsi di migliaia di mesi; il sovrapporsi
di decine di migliaia di giorni; è indispensabile un'enorme quantità di tempo per apprezzare un attimo.
Da questa mia cervellotica considerazione nasce:
CARPE DIEM
Secondi a migliaia
di fune per secchi
raccolgono momenti
dal pozzo del tempo.
Goccia di sudore,
il batter di ciglia
dura un istante,
fa chiudere gli occhi e...
perdi il momento.
Poi arriva:
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A Mohammad

Alcuni individui che definire teppisti equivale a fargli un complimento, lunedì 23 marzo, hanno quasi ucciso Mohammad Basharat.
L’uomo, che a Tor Bella Monaca possiede un negozio, da quattro baldi bimbi, è stato aggredito e uno di loro, pensando probabilmente all'azione di un video gioco, gli ha sferrato un pugno di tale violenza che ha provocato, al povero Mohammad, un ematoma intracranico che l'ha mandato in coma.
Sicuramente, questi carissimi ragazzi, avranno pensato alla scena di qualche film, dove l'aggredito, pur ricevendo una filza di calci e pugni, continuamente si rialza per reagire e per partecipare al combattimento.
Miei carissimi connazionali, quando si riceve un pugno, fa un male incredibile, e un ematoma e il minimo che può avvenire sul corpo del colpito. Se questo grumo di sangue si forma su un braccio o su una gamba, poco male, nel giro di qualche giorno si riassorbe, ma se il medesimo grumo si forma in punti vitali, bimbi belli, il colpito è facile che muoia.
Che dire poi dei famigliari del colpito?
La moglie di Mohammad, ad esempio, in cinta di alcuni mesi, a causa delle forti emozioni, pochi giorni dopo l'avvenimento, ha perso il bimbo che portava in grembo.
Ragazzi carissimi, possibile che non riusciate a immedesimarvi con queste persone?
Possibile che questi avvenimenti non smuovano i vostri sentimenti conducendoli verso la parte buona dell'essere umano?
L'aver partecipato a questa azione, per tutta la vita vi porterà verso l'autogiustificazione, per non soffrire; a negare l'avvenimento, per non soffrire; a non poterlo raccontare a figli e, in tarda età, a nipotini ronzanti intorno alle gonne della vostra compagna e loro nonna, per non soffrire.
Pentimento e riconciliazione vi possono fare stare meglio.
Speriamo in bene
Un abbraccio a Mohammad e alla sua compagna
Nucleare? Io dico no!

Abbiamo fatto manifestazioni e raccolto dati per favorire la presentazione di un referendum
che non permettesse il funzionamento di centrali nucleari.
Abito nei pressi di una delle centrali nucleari italiane e, benché non abbia mai superato la
fase dei test, ha prodotto tantissimi danni e materiale radioattivo.
Il referendum si fece e vinse il No al nucleare.
Ora, un Berlusca qualsiasi, dice che quello che gli italiani hanno scelto non conta più
niente e ha inserito nella legge 113, la possibilità, da parte di privati, di lavorare sul
ucleare per quanto riguarda la produzione di energia elettrica.
Come sempre, la grande ipocrisia e la grande capacità di prendere in giro le persone, di
quest'individuo, ci vuol portare a credere che lo stato, cioè tutti noi, non pagheremo niente
per quanto riguarda gli aggiornamenti scientifici nel campo della produzione energetica fatta
con il nucleare.
Ma quando mai!
Ci sono paesi in Europa che producono il 20% di energia sfruttando il vento, noi stiamo sotto
il 2%.
Già questo dato basterebbe a rendere inutili le centrali, visto che queste sopperiranno al 10%
delle nostre necessità, se poi pensiamo che la tecnologia necessaria al nostro aggiornamento
nel campo del nucleare la dovremo pagare proprio a questi paesi, mi fa pensare che ci stanno
trattando come gli imbecilli che, non capendo una mazza, gli forniamo il denaro necessario alle
loro innovazioni nella produzione di energia con fonti rinnovabili.
Le centrali che già abbiamo e che saranno destinate ad accogliere i nuovi impianti, andranno
praticamente, smantellate, con tutte le problematiche relative allo smaltimento delle migliaia
di tonnellate di materiale radioattivo o a rischio di radioattività.
Quanto costerà?
Un pacco di denari.
Dieci o dodici sono gli anni necessari ad attivare una centrale, che immancabilmente, siccome
siamo in Italia, come minimo raddoppieranno. E' successo con i termovalorizzatori e con i ponti
e con la TAV e con i rigassificatori, con successivo e, ipocritamente imponderabile, lievitazione
dei costi.
Ci vorranno dieci o dodici anni di attività, affinché queste centrali, con i presunti risparmi
energetici, diventino attive economicamente e, siccome siamo in Italia, questi tempi raddoppieranno.
Perciò, ad essere ottimisti, ma proprio tanto ottimisti, forse intorno al 2035/2040, le nostre
centrali saranno economicamente attive.
E nel frattempo il resto del mondo che farà?
I paesi che oggi con l'eolico, producono il 20% del proprio fabbisogno energetico, avranno raggiunto
una tale capacità produttiva, che ci venderanno la corrente in quando più conveniente di quella
prodotta da centrali nucleari che nel frattempo saranno vecchie di trent'anni. E sto pensando solo
all'eolico, non prendo ancora in considerazione gli enormi passi che nel frattempo si faranno nel
fotovoltaico, o nello sfruttamento delle maree, o dello sfruttamento della differenza di salinità
presso le foci dei fiumi o... in tutti quei campi dell'energia ottenuta da fonti rinnovabili,
mentre noi saremo ancora qui a cercare dove buttare le scorie, dato che nel frattempo, tutte le
centinaia di centrali nucleri ora esistenti, avranno saturato ogni buco di questa nostra amata
terra.
Si dice che il petrolio sta finendo. Ci credo poco, o meglio, sta finendo il petrolio raggiungibile
in modo economicamente vantaggioso, con l'attuale tecnologia, senza tenere conto del fatto che chi
ha una merce da vendere adduce alla mancanza della stessa per ottenere prezzi maggiormente vantaggiosi.
Però, faccio finta che sia vero, ma se le fonti informative dalle quali giungono queste notizie sono
sincere e fondate, lo sono anche quando mi dicono che in modo ancor più drammatico, sta finendo
l'uranio. E allora? Facciamo centrali che usano come carburante una sostanza che già ora sta finendo?
Siamo proprio dei volponi, non c'è che dire?
O i volponi sono coloro che sanno che ci andranno a guadagnare un sacco di soldi solo per mettere in
mezzo tutto questo ambaradan, sapendo che non se ne farà niente, tanto loro troveranno, nel frattempo,
altri sistemi per farci brutti scherzi?
Pochi anni orsono, erano necessari parecchi, ma parecchi metri quadri di pannelli solari, per produrre
un solo chilowatt, per parecchi intendo 15 0 20, figuriamoci trent'anni fa; oggi ne sono sufficienti
5 o 6. Fra trent'anni, chi avrà utilizzato le proprie risorse per migliorare il fotovoltaico, un
chilowatt lo potrà produrre con le suole delle proprie scarpe, e noi?
Saremo ancora lì a cercare di far partire un referendum che ci tolga le centrali nucleri dai gorgoni.
Non datemi retta, ho detto un sacco di fregnacce, quindi informatevi da fonti più attendibili di
questa mia lettera, l'importante è che non appoggiate la tesi di Berlusca basandovi solo sulle sue
di fragnacce. Io ho ascoltato un tipo che di nome fa Rubbia, mi ha fatto venire dei dubbi e li ho
approfonditi. Da ciò sono nate le qui sopra considerazioni, vi prego smentitele, altrimenti
siamo nella merda.
Per Eluana

La situazione della famiglia Englaro, mi ha dato tantissimo da pensare.
Da molto tempo cerco di aprire la mia mente a tutto ciò che ho intorno, soprattutto cerco sempre di mettere in dubbio le mie opinioni, consapevole del fatto che ad ogni nuova nozione sento il dovere di ripropormi di prendere in considerazione il fatto che probabilmente devo cambiare idea, soprattutto se la nuova nozione mi da l'impressione di allontanarmi dalla sofferenza.
Prima pensavo che sarebbe stato giusto lasciarla andare, in quanto, nella medesima condizione, avrei espresso le stesse richieste.
Anche io come Eluana, ritevo violenza ogni abuso effettuato sul mio corpo, ogni manovra fatta sulla mia ciccia senza un mio consenso.
Poi, dopo aver letto qualche riga qua e la, ho pensato che, capita spesso, che alcune persone, non sopportando sofferenze occorsegli, si lascino andare, smettano di desiderare di vivere fino al punto che, qualsiasi terapia medica gli venga applicata, non sortisca effetto; viceversa, anche in casi di grave malattia, il forte desiderio di vivere, aumenti l'effetto dei medicinali fino a migliorare completamente la situazione o almeno, rimandando una già annunciata dipartita. Questi pensieri mi hanno portato a pensare che se Eluana, nonostante tutto, non si sia ancora spenta, forse è perché si sente incompleta, o meglio, non ancora adatta a morire, vuole rimanere ancora qui in quanto non si sente pronta a lasciare quell'involucro che a noi sembra senza vita ed inutile, mentre per lei è ancora importante. Cerco di spiegarmi meglio, le mie idee a riguardo sono ancora un po' confuse.
Se un individuo, privato di un arto o di un organo, non perde nemmeno un pezzetto del suo"se", ma adegua la propria vita a queste mancanze.
Se un individuo, privato di molti arti o della possibilita di muoversi comodamente e per comunicare deve fare enormi sforzi, ma nonostante questo non perde nemmeno un pezzetto del suo "se", ma adegua la sua esistenza a queste mancanze.
Chi mi dice che un individuo che non può muoversi e non ha alcun modo di comunicare, non conservi comunque tutto ciò che di grande e cosmico aveva quando era "normale"?
Non potendo rispondere a questa domanda sono stato tentato di pensare che forse è meglio che Eluana venga messa nella condizione di vivere fino a che lei non decida di spegnersi, almeno fino a quando lei decida che non ce la fa più e lasci questa terra, come tante volte fa chi non ha più voglia di lottare e si lasci morire anche se non a rischio di morte immediato?
Ora invece sto nutrendo un altro pensiero.
Se è vero come è vero che un individuo di spirito puro, con esercizio e disciplina, riesce a raggiungere livelli di coscienza straordinari, in modo intenzionale, chi mi dice che essendo questa una possibilità data all'essere umano, in caso di forzata esclusione dal mondo dei sensi, un individuo, avendo solo la propria coscienza, non raggiunga più facilmente un'elevazione e un miglioramento, che chi distratto dalla "realtà", riesce a raggiungere solo dopo molto tempo e molti sforzi?
Questo pensiero mi porta ad una terza considerazione; dopo il pensiero che Eluana deve essere lasciata andare; dopo il pensiero che Eluana debba essere aiutata a vivere, nasce il pensiero che questi pensieri appartengono solo a noi.
Noi soffriamo a vedere Eluana in quello stato.
Noi soffriamo al pensiero che chi sta vicino ad Eluana, viva una condizione che per noi sarebbe difficile da sopportare.
Noi pensiamo che la vita è sacra.
Noi pensiamo che saremmo disposti ad ogni sacrificio per mantenerla in vita.
Forse, Eluana, già ha lasciato quell'involucro da molto tempo.
Forse, Eluana è talmente superiore a noi, in quanto, priva delle distrazioni della vita "reale", che di quel corpo che noi vediamo, non sa più che farsene.
Forse, ad Eluana, manca solo che i microvolt prodotti dal suo corpo fisico, smetano di essere in circolo per poter, finalmente, raggiungere quel tutto dal quale, ognuno di noi, prende in prestito un po' di energia, e con la morte restituisce al tutto.
Alla fine di tutte queste mie chiacchiere, voglio esprimere quello che per ora è il mio pensiero: ad Eluana non importa più ciò che succede al suo corpo, o già se ne andata, o è prossima ad andarsene, tutte le questioni che abbiamo messo in mezzo noi, qui, appartengono solo a noi, quindi, visto che da "viva" aveva espresso alcuni desideri, lasciamo che chi si sente in dovere di esaudirli, venga messo nella condizione di farlo.
Un abbraccio
Aggiungo qui altre riflessioni, forse meno pacate e più catartiche, ma necessito di questo sfogo.
Quando ho scritto le righe qui sopra, non sapevo che il corpo di Eluana si fosse definitivamente spento, e i miei pensieri a riguardo, per ora non sono mutati. Resto nella convinzione che tutta la questione intorno ad Eluana, riguardi solo ed esclusivamente noi, qui, sul piano più materiale di questa nostra vita.
Sono sempre più convinto, che una persona nelle condizioni di Eluana, abbia la possibilità di far evolvere la propria coscienza in un modo così elevato, che una persona che lo voglia fare con l'intenzionalità più pura, necessiti di più vite per ottenere il medesimo risultato.
Non è una condizione che uno si auspichi per se stesso per abbreviare i tempi verso il Nirvana, però, probabilmente, se noi qui, per prima cosa, dobbiamo eliminare la sofferenza data dai desideri che produciamo a causa di ciò che ci circonda Una persona privata di ogni relazione con il mondo che c'è qui, dopo un periodo dall'inesplicabile lunghezza, riesce a fare a meno del suo corpo, e migliora la parte più essenziale del suo sé, così come un cieco accentua le prestazione dei sensi che gli rimangono, per supplire alla mancanza della vista.
Tutte le considerazioni che ho fatto, le ho espresse proprio in quanto convinto che le uniche persone in grado di decidere siano quelle più vicine a chi si trova nelle medesime condizioni di Eluana.
Con quale purezza d'animo dai dell'assassino ad una persona che ha implorato aiuto, anche alle istituzioni, per ben quindici anni.
Quando rifiutavano di accettare ciò che chiedeva papà Englaro, lui non si arrendeva, ma senza togliere valore alle parole di giudici e medici, cercava altre formule per rinnovare la richiesta.
Se le istituzioni, fino all'ultimo istante, avessero rifiutato di accettare le richieste della famiglia Englaro, forse anche il padre di Eluana avrebbe detto a se stesso che dopotutto aveva lottato finché poteva. Chiedeva aiuto e nessuno lo ascoltava così come altre migliaia di situazioni analoghe stanno aspettando un aiuto che è di là a venire.
Berlusca e banda hanno accusato parecchie persone di avere troppa fretta di risolvere la questione.
Troppa fretta?
Persone che in attesa dell'arrivo di qualcuno si sono consumati gli occhi a furia di guardare l'orologio per ben diciassette anni.
Molti hanno detto che Eluana si è spenta all'improvviso.
All'improvviso? Diciassette anni passano all'improvviso?
E' vero che il tempo ha una dimensione relativa, ma qui siamo al paradosso del paradosso.
Mi sarebbe piaciuto essere la dove tante persone accusavano di inumanità la famiglia Englaro e i medici coinvolti nella faccenda per chiedere a quelle stesse persone di compiere un gesto pratico atto ad aiutare materialmente alcune persone che vivono quel dramma, quanti avrebbero accettato? Quanti di loro hanno rifiutato di acquistare la stazione per giocare alla televisione con giochini che inebetiscono i bambini qui dove si sta bene, e ne mandano al massacro altrettanti per estrarre e trasportare il materiale che ne permette le tanto decantate ottime performance?
Nessuno o quasi, qui piangono la morte di una persona e d'altro canto niente o poco fanno per aiutare che potrebbe evitarsi sofferenze anche maggiori.
Sicuramente molte persone hanno pianto con purezza d'animo per tutto ciò che è capitato ad Eluana, ma sono anche altrettanto convinto che se all'esterno dell'ospedale di Udine non ci fossero stati tutti quei riflettori, per convincere le persone ad attivarsi per una veglia, sarebbe stato dannatamente faticoso.
Spesso con il movimento con il quale opero, cerchiamo di coinvolgere le persone ad attivarsi e a partecipare agli eventi che mettiamo in piedi per cause altrettanto nobili, ma senza riflettori e senza quell'aria da grande fratello che tanto fa innamorare. Le persone che veramente riusciamo a coinvolgere, anche solo emotivamente, sono sempre le solite e si contano sulle dita di poche mani.
L'uomo è destinato alle stelle, e deve vivere la vita che abbiamo in prestito, per migliorare il tutto di cui siamo parte, eventi come questo, mettono in evidenza quanto ancora siamo inadeguati e quanto ancora dobbiamo lavorare, inoltre, se non stiamo attenti, certi atteggiamenti ci fanno regredire di alcune reincarnazioni, così da dover riprendere daccapo un faticoso lavoro già espletato da grandi maestri con sacrificio e dedizione.
La vita e quel masso che Sisifo spinge continuamente, e parole basse come quelle espresse da alcuni, fanno ruzzolare quel masso, nuovamente verso il fondovalle.
Io già ho ripreso a spingere, forse sono un po' capatosta.
Un abbraccio
Giornata della memoria
HO VISTO
Ho visto braccia numerate.
Ho visto mani che numeravano braccia.
Ho visto braccia che non volevano essere numerate.
Ho visto mani che numeravano braccia, fuori
e si numeravano da sole, dentro.
Chi cazzo ha ragione?

Il titolo vuole essere catartico annuncia un video terribile; una sequenza di immagini che ho guardato piangendo.
Il video si può visionare cliccando sull'immagine
Si può firmare una richiesta di cessazione degli attacchi sul seguente link:
http://www.avaaz.org/en/gaza_time_for_peace/?cl=161575512&v=2605
Io ho firmato
Rachel Corrie

http://www.attivissimo.net/antibufala/rachel_corrie/rachel_corrie.htm

http://djiin.wordpress.com/2007/11/26/rachel-corrie1979-2003-remember-never-forget/
Fortunatamente ci sono anche:
http://www.questotrentino.it/2004/19/Palestina_Ricostruire.htm
A Rosario

Due miei amici vogliono molto bene ad una persona, siccome io voglio molto bene a loro, voglio anche io molto bene a questa persona.
Spesso, ultimamente, richiamiamo la nostra attenzione su costei in quanto la salute le sta facendo degli scherzi poco carini, per cui ci proponiamo spesso di pensare a lei cercando di indirizzarle energie positive che, in qualche modo, giungendole, possano farla stare meglio.
Durante una delle mie passeggiate sinaptiche mi sono trovato a pensare a lei e a quando avemmo una discussione sull'abitudine di fumare sigarette.
Questa signora cercava di farmi capire il perché, per lei, non fosse importante smettere questa abitudine, dalla quale io mi sono liberato anni fa.
Pensando a lei e a questi dialoghi mi sono perso nel ragionamento che segue.
Mi trovo su un piano bianco, infinito.
Si estende a perdita d'occhio davanti a me come dietro a me; alla mia destra come alla mia sinistra.
Cammino, non so da quanto e, di tanto in tanto, incontro una rampa, bianca anch'essa, che sembra portare ad un livello superiore. Qualcuna l'ho anche percorsa, per un tratto, fino ad accorgermi che portava a niente.
Sono tornato indietro per continuare il cammino sul candido piano, senza una meta precisa.
Da poco ho intuito che, effettivamente, una rampa che mi porta ad un livello superiore esiste davvero.
So di aver ragione, d'aver preso la direzione giusta, lo sento e ho fiducia di trovare quella rampa proprio nella direzione verso la quale sto andando.
Su quel grande piano bianco la velocità è un concetto che niente ha a che vedere con quello che intendiamo normalmente.
Quando incontro qualcuno ho giusto il tempo di percepirne la presenza.
Qualcuno partito prima di me e fermatosi momentaneamente; un altro dopo di me ma con passo più celere; un altro ancora entrato da un'altra parte vicino al punto in cui mi trovo in un dato momento.
Per uno scambio più comodo di opinioni, per ora, necessito di un corpo e della vita sulla terra, al piano superiore, probabilmente, esiste un livello di consapevolezza che, per me, è ancora di la a venire.
C'è qualcosa, da qualche parte al piano superiore, che mi ha affidato un corpo per fare esperienze altrimenti impossibili da vivere.
Questo essere, probabilmente, altri non è che il mio "se", e potrà essere completo, almeno in questa fase, quando io, qui, su questo piano, saro liberato.
Riuscirò a liberarmi eliminando ogni mia contraddizione?
Molte persone le ho incontrate fuggevolmente ed una di queste danneggiava il proprio corpo fisico con una pratica che anche io, per un arco di tempo abbastanza lungo, ho attuato.
Ho raccontato a questa persona come e perché avevo smesso quella pratica con l'intento di persuaderla a smettere.
Pur dandomi, per certi versi, ragione, mi ha riferito che per lei, le cose importanti erano altre.
Ho pensato che stesse parlando del nutrire il proprio spirito più che il proprio corpo, quindi, quella pratica, per quanto potesse minare il suo corpo, teneva più leggera la sua mente.
Questa persona, per la quale nutro grande rispetto in quanto percepisco che sta percorrendo il grande piano bianco con tanta consapevolezza, ora ha smesso di danneggiare il proprio corpo con quella pratica.
Il suo corpo sta subendo delle modifiche che hanno richiesto l'arresto di quella pratica, per non compromettere e quindi, anticipatamente, interrompere la ricerca della propria rampa che la condurrà al piano superiore pur senza comprendere che, quella pratica, danneggiasse anche il proprio spirito.
Io, come sicuramente lei, crediamo non si debba arrecare ad altri individui, che in vari punti stanno camminando sul grande piano bianco o sulla tonda terra, danni che non si desidererebbe subire.
Ora le vorrei dire che quella esperienza, pur praticandola su di se, con altrettanta importanza di pensiero, non la si vorrebbe praticare su un altro individuo, quindi allontana dall'essere liberi in quanto contraddittoria.
Non si inoculerebbero mai le sostanze che quella pratica potrebbero danneggiare il proprio corpo, in quello di un'altra persona.
Per non essere in contraddizione, nella maggior parte dei casi, non bisogna fare ad altri ciò che non si vorrebbe subire, a volte però, bisogna partire dal presupposto contrario, non bisogna arrecare a se stessi danni che non si vorrebbe arrecare ad altri
Questo per dire che se non siamo un tutt'uno con tutti gli altri, si rischia di salire sempre la rampa sbagliata, a volte essa ti può condurre in alto anche per molto tempo ma, immancabilmente, condurrà nel vuoto e si dovrà tornare indietro per cercarne un'altra.
Questo forse non è male, in quanto proprio la ricerca della rampa può essere di per se stesso appagante, è probabile , però, che anche al livello superiore vi siano nuove rampe e se non lo raggiungiamo, non lo sapremo mai.
Quando percepirò come reale che colui che sta facendo questa esperienza sul grande piano bianco, sta utilizzando il cervello all'interno del mio corpo, forse sarò vicino a capire cosa è il mio "se".
VIAGGI

Storie di viaggi scolpite
come bassorilievi
sulla superficie di un mare
pieno di speranze.
Storie di viaggi raccontate
da voci di esausti nuotatori
in un mare
saturo di sogni.
Storie di viaggi urlate
di sponda in sponda
ascolto mentre nuoto
in un mare
colmo di vite spente.
TERRA & SABBIA

Tempo fa, parlando con un amico, immaginai di far iniziare una staffetta che partisse da un punto dell'Italia, fino a giungere il suo opposto, il testimone doveva esser qualcosa di simbolico, comunque che riportasse un pensiero non violento.
Ultimamente si sta organizzando la Marcia Mondiale per la Pace.
Ognuno vi potrà partecipare come vuole, anche organizzando eventi che vada a confluire con la Marcia stessa o che servano a divulgare informazioni sulla stessa.
Stavo parlando con Darìo, carissimo amico nonchè paraguaiano hermanito, quando lui mi fece notare la relazione che c'era fra il mio pensiero della staffetta e la Marcia.
- Non è una coincidenza. Disse
- E' il sentimento generale che sta confluendo verso medesimi modi di voler vedere cambiamenti nel Mondo.
La mattina successiva raccontai il sogno fatto la notte a Silvy:
Ero a Trapani, citta natale di mia madre, a trovare parenti. A un certo punto chiedevo chi mi poteva aiutare a trovare una carriola, mi serviva per andare a Bolzano, mia città d'origine,
Ci dovevo andare a piedi, quindi la carriola non doveva avere quella sbarretta che unisce, per rinforzarli, le due zampe d'appoggio o, almeno, doveva essere posizionata in modo che non la urtassi con i piedi.
Trovata la carriola partivo e, strada facendo, ero contento di vedere tante persone che mi si avvicinavano per portarmi manciate di terra.
Camminando continuavo a ripetere: - Solo un pizzico. Un solo pizzico ciascuno.
Vedendo tanta terra mi chiedevo come sarei arrivato a Bolzano.
Con Silvy mi sono a messo a fare i conti su quanto ci avrei messo a fare una camminata così; troppo.
Darìo allora mi ha detto che non è necessario partire da Trapani, se non riesco a organizzare una staffetta, posso partire da Minturno e arrivare a Roma.
OK!
Nasce Terra & Sabbia
Rossy




5 - Il mio cibo preferito

7 - Il mio colore preferito







16 - La mia vacanza preferita
Motori di ricerca Silvy















Marcia Mondiale per la Pace

I numeri della Marcia Mondiale
Continenti: 5
Paesi: 60
Chilometri: 100.000
Durata: 90 giorni
Trasporti:
Treno: 40 tratti (incluso quello transiberiano)
Veicoli terrestri: 100 tratti (pulman, automobili, moto, biciclette, ecc.), inclusi i tragitti Parigi-Dakar e America del nord e del sud attraverso la Cordigliera delle Ande)
Aereo: 14 tratti
Acqua: 25 tratti (navi, barche, piroghe, ecc.)
Climi: La marcia attraverserà tutti i climi ( temperato, mediterraneo, continentale, tropicale, siberiano, torrido e desertico) e passerà dalla steppa siberiana fino ai deserti del Sahara e di Atacama, il più arido del mondo.
Stagioni: durante i 90 giorni si passerà due volte per le 4 stagioni dell'anno.
Altitudine: nel suo percorso la MM dovrà oltrepassare luoghi a 5.000 metri di altitudine.
Equipe permanente: tra i 50 e i 100 membri.
Passaggi di frontiera: 130
Associazioni e istituzioni organizzatrici: 300
Collaborazioni e adesioni: 3000
Patrocini e sponsor: 100
Conferenze stampa: 100
Interviste e programmi: s/d
Eventi pubblici: 200 (conferenze, festival, esposizioni, presentazioni, cerimonie, simboli umani della pace e della nonviolenza, ecc.)
Visite a governi e rappresentanti politici: 70
Centri spirituali: 20
Partecipanti alla marcia: 1 milione
Partecipanti virtuali: 10 milioni
Motori di ricerca
Questo è un simpatico gioco che ho copiato da altri blog
1 - La mia età al prossimo compleanno.
















Trofeo delle Regioni 2008


Quest'anno il Trofeo delle Regioni si è svolto in Ogliastra, dal 29 giugno al 6 luglio.
TUTTE LE INFORMAZIONI NEL SITO WWW.TROFEODELLEREGIONI.IT
Il Trofeo delle Regioni, Indoor & Beach, rappresenta la più importante delle manifestazioni della pallavolo giovanile in Italia organizzato direttamente dalla Federazione Italiana Pallavolo, attraverso il supporto dei suoi Comitati Regionali.
Il Trofeo si propone l'obiettivo di sviluppare, promuovere e qualificare la pratica giovanile sull'intero territorio nazionle nonchè di far incontrare i tesserati della Federazione. Realizzato dal 1982 (fino al 1987 riservato solo alle formazioni maschili) può essere considerato la fase finale di un campionato tra tutte le rappresentative regionali.
Partecipano i migliori ragazzi e ragazze, selezionati durante il "Trofeo delle Province", fasi territoriali del Trofeo nazionale.
Il Trofeo delle Regioni è una manifestazione fortemente collaudata e con un fortissimo richiamo per i giovani atleti, per le Società e i dirigenti di tutto il territorio italiano.
È un evento particolarmente suggestivo soprattutto per l'entusiasmo dei partecipanti, delle loro famiglie, dei tecnici, dei dirigenti e del pubblico che seguono in un crescendo appassionante le fasi della competizione, sin dalle selezioni provinciali e regionali.
Franco mio è entrato a far parte della selezione rappresentante il Lazio.
La prima giornata la con la sua squadra vince contro l'Umbria 3 - 0 e contro il Trentino 2 - 1
Seconda giornata vince contro la Sardegna 3 - 0 e contro la Liguria 3 - 0
Terza giornata perde contro il Molise 1 - 2 e vince contro Abruzzo 2 - 1 classificandosi comunque prima del girone per la differenza punti nei 6 set disputati.
Acquisisce l'ingresso alla finale battendo la Puglia 2 - 1
Alla fine, dopo quattro giornate di sofferti incontri, vince la finale battendo il Veneto 3 - 2.
1° set 25 - 20
2° set 23 - 25
3° set 27 - 25
4° set 22 - 25
5° set 15 - 11
Mio figlio è campione italiano di pallavolo, miiiiiiiiiiiiiiii
Dalla repubblica ceca

http://petice.nenasili.cz/?lang=en
Parco di Attigliano

Inaugurazione del 4 maggio 2008
Serie di foto sui seguenti link
http://pdv2010.com/parco/index
http://picasaweb.google.it/robertopalumbo/Attigliano4Mayo2008
http://www.sanchez.it/foto
http://www.flickr.com/photos
pace

和 =1. gentile, lieve 2. armonioso 3. pace 4. insieme, con compagnia 5. e, ed
平 = 1. piatto, piano, liscio 2. essere alla pari 3. imparziale 5. calmo Un abbraccio
6. pacificare 7. comune
INAUGURAZIONE

Il 4 maggio 2008, alle ore 11:00.
http://www.parcoattigliano.it/
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LA BOA

Se non oltreppassate la linea che si viene a formare tra me e le mie compagne, vi troverete sempre in una zona relativamente sicura.
Lo spazio che delimitiamo è controllato da persone che possono venirvi in aiuto, se ci oltrepassate dovete gestire, in modo completamente autonomo, i rischi che possono derivare dalle vostre scelte.
Su e giù. Tutta la vita su e giù, tranne in caso di bonaccia, allora la fune che ci ancora al fondo, permette solo un leggero e continuo, avanti e indietro.
L'altra notte, una forte mareggiata, mi teneva, quasi costantemente, sotto al pelo dell'acqua. Le continue onde erano tanto alte da non permettermi di prendere aria.
La cima che, all'altra estremità, è annodata ad un secchio colmo di cemento, non era abbastanza lunga da permettermi di fare capolino al di sopra delle spumeggianti creste.
Tira, strattona, spinge il mare, fino a liberarmi dall'ancoraggio. La corda si spezza o si slega, non so, fattostà che mi trovo sul bagnasciuga, in balìa della risacca.
Quella fune che prima mi bloccava, annodata, al fondo, ora con il continuo salire e scendere della sabbia, si affossa per alcuni metri della sua lunghezza, mi blocca quindi, in quel continuo, tremendo, violento sbattere.
Rotolo su, rotolo giù, sbatto forte a destra e altrettanto forte, a sinistra. Striscio sulla sabbia fino a graffiarmi in ogni punto; sassi, schegge di mattone e conchiglie, mi scalfiscono e incidono.
Il mare si ritira e io, appresso all'acqua, scendo lo scalino che le onde sono andate formando.
un'altra violenta onda, mi porta in avanti, sulla spiaggia, fino al limite curvo che il mare disegna sull'arenile e... STANG!
La fune insabbiata mi blocca con uno shoccante strattone. Non ce la faccio più, voglio tornare al largo, non sono fatta per la terra.
Voi che passeggiando, respirate la salsa aria, quando mi vedete, non limitatevi a guardarmi, vi prego, tagliate la corda.
Solidarietà con la protesta in Tibet

Simbolo della Non violenza
Il cerchio "3U", può ad esempio, essere di 18 cm., di conseguenza il "2U" di 12 cm. e il "1U" di 6 cm., il tratto, per essere abbastanza proporzionato, deve essere di 1 cm. di spessore.
Dopo le proteste dei monaci e della popolazione birmana represse nel sangue pochi mesi fa, assistiamo di nuovo alla mobilitazione di un popolo, quello tibetano, oppresso da cinquant’anni di vessazioni e discriminazioni da parte della Cina. E purtroppo la risposta è ancora brutale: carri armati per le strade, caccia all’uomo, morti e feriti, oscuramento dell’informazione.
Chiediamo al governo cinese le seguenti misure:
- Fine immediata della repressione delle proteste pacifiche
- Ritiro dell’ultimat um ai manifestanti
- Ripresa immediata dei negoziati con i rappresentanti del Dalai Lama, per arrivare al più presto ad una soluzione accettabile da entrambe le parti.
A livello internazionale chiediamo:
- l’invio di osservatori che documentino, denuncino e fermino le continue violazioni dei diritti umani in atto in Tibet
- la pressione sul governo cinese affinché fermi la repressione e intavoli i negoziati.
Mondo Senza Guerre, per ora, propone di chiedere il boicottaggio, nel caso che il governo cinese non accetti di prendere in considerazione le richieste di cui sopra, proporrò di togliere quest'ultima parte, non ritengo, il boicottaggio, un mezzo utile alla causa, bensì un'ulteriore aggravamento della già difficile situazione della popolazione civile cinese.
Questa è una serie di richieste che ci proponiamo di fare al governo cinese.
Sono vicino all'organizzazione http://www.mondosenzaguerre.org/.
Mi piacerebbe riuscire a coinvolgere più gente possibile in questa iniziativa. Un messaggio facilmente riconoscibile, potrebbe essere lanciato attraverso una maglietta che cercherò di stampare con un logo di facile individuazione.
Il suddetto logo è il simbolo della "Non Violenza", realizzato di recente per essere distinto dal noto simbolo della "Pace".
Sono per ora riuscito a trovare chi me le fornisce già stampate al costo di Euro 2,80. I miei agganci lavorativi mi avvicinano abbastanza ai reali costi di produzione, se riesco a risparmiare ulteriormente ve lo farò sapere
Nel caso qualcuno volesse darmi una mano anche a risparmiare sulla eventuale spedizione, basterebbe che ci si organizzasse a darmi pochi indirizzi che riescano a soddisfare più richieste.
Spero che mi crediate quando affermo che non sarà una campagna commerciale, chiederei solo un aiuto nelle spese vive per le quali vi aggiornerò.
Ne sto preparando 100, per iniziare, per chi non ha modo di stamparsela o troverà più comodo farsela spedire, ma il simbolo è facilmente riproducibile e chiunque lo può disegnare su una qualsiasi maglietta utilizzando colori per stoffa o semplici pennarelli.
Nota a margine
è meravigliosamente evidente.
Il fiume, ora a destra, ora a sinistra del treno, corre parallelo all'autostrada e alla
statale.
Passando su ponti e viadotti, il fiume, creatura naturale, pare intrecciarsi all'infinito
con le strisce che l'uomo ha posto sul fondovalle.
Il panorama, alzando lo sguardo dal libro, all'inizio è confuso e offuscato, il cielo è
terso, l'aria limpida ma l'astigmatismo che si sta aggravando, mi obbliga a soffermarmi
alcuni istanti su ogni particolare, prima di coglierne bene i contorni.
Lo stesso succede quando, dall'esterno del treno, l'attenzione si posa nuovamente sulla
pagina, dove un mucchietto di macchioline, piano, piano, ridiventano lettere, parole,
frasi.
A margine, scritto a matita, con grafia terribile, indistinguibile, vi è scritto qualcosa,
faccio fatica a leggere a causa della scarsa qualità della mia vista quei tratti, così
malamente premuti con punta di lapis.
"po'",alla fine della corta frase, è l'unica sillaba che riconosco da subito, il resto
diventa intelligibile solo dopo vari tentativi che, una volta interpretati quei segni, mi
fanno sentire un "po'" cretino per la loro semplicità.
Ma guarda un po'.
La prima impressione è che a scrivere quelle parole, sia stata una persona incazzata,
nervosa quanto meno.
Un libro acquistato su una bancarella ambulante mi ha offerto questo enigma che comunque,
per ora, non mi porta da nessuna parte.
Dal finestrino, le montagne, da bianco calcareo si fanno rosa, il tramonto aiuta molto il
tinteggiarsi serale delle Dolomiti .
Ora, siamo in Alto Adige. Sulla destra, su un piccolo monte all'ingresso di una valle,
si nota un castello, non ricordo il nome, nella mia memoria però è sempre presente, fa
parte di quella memoria che mi riporta ai medesimi viaggi fatti da ragazzo.
Sono le pagine di un libro letto e riletto, dove un certo Fletcher è il gabbiano co-prota_
gonista della storia, Jonathan, il gabbiano fulcro della storia, mi piace molto, ma Fletcher
lo sento amico, più vicino a me.
Un numero di telefono è scritto, stavolta a penna e in modo molto leggibile, a piè di pagina,
la sua presenza già si nota dalla tonsura, anche io adotto questo sistema nello scrivere
annotazioni sulle pagine, arrivo scrivendo, fino all'orlo cosicché, sfogliando, le ritrovo
agevolmente.
Il prefisso mi è familiare e attira la mia attenzione; un tomo proveniente da una bancarella
di Bologna, riporta un numero telefonico della zona del Piemonte dove sono cresciuto e lo
sto leggendo viaggiando su un treno che mi conduce alla città che vide i miei natali, a ben
quattrocento chilometri di distanza.
Arrivato a Bolzano, la prima cosa che faccio è chiamare da un telefono pubblico, il numero
del piemonte trovato tra voli di gabbiani.
Una voce che di naturale ha ben poco, mi informa che il numero è inesistente; vabbè!
Prendo la "Sasa", così chiamo gli autobus di Bolzano perché da bambino, l'azienda che gestiva
i trasporti, utilizzava questo acrostico e, quando un luogo lo rivedi molto saltuariamente,
vive per il tempo che si trascorre lì. Il tempo trascorso tra due visite rallenta fino quasi
a fermarsi, tutto pare essere come lo si vide in occasione dell'ultima visita.
Arrivato all'incrocio con via Torino scendo, a piedi mi piace ripercorrere tutta la strada
fino a giù, a via Milano; a poca distanza una dall'altre ancora ci sono le case dove venivo
accolto dalle nonne e non posso fare a meno di andarle a guardare.
I bagagli sono pesanti ma non più degli anni che riconosco essere passati sulle mie spalle.
Incantato guardo gli angoli, le case, gli incroci; mi sento sgambettare con il doppio passo,
ora su un piede, ora sull'altro, mentre da casa di nonna Afrodite vado a casa di nonna Carla.
Un clacson. Sembra l'avvertimento ad un macchinista di teatro che, ad una magica velocità,
cambia le quinte sul palcoscenico e ritorno quarantaseienne con valige e stanchezza appresso.
Passano alcuni giorni e quel numero letto sul libro, mi investe nuovamente, con uno di quei
vuoti di stomaco che senti quando ti torna a mente qualcosa di importante, che dopo averla
dimenticata, non sai se potrai porvi rimedio.
Cerco un posto con telefono pubblico, uno di quelli con tutti gli elenchi telefonici, così da
poter individuare almeno la provenienza approssimativa di quello trovato con Jonathan.
didegna un ampio cerchio nell'aria che improvvisamente chiude, come se le labbra sulle quali
va a posare la sigaretta si trovassero all'improvviso e par caso sulla sua traiettoria.
Fa sporgere il labbro inferiore fino ad avvolgere quello superiore, dalla fessura fa uscire
una fascia di fumo bianca e densa, evidentemente non inspirata, gli fa chiudere gli occhi.
Con l'aria di chi è convinto di trovarsi in un luogo dove è sempre atteso, ordina:
- Il solito.
Sorseggia il caffè, si aggiusta la giacca intorno alle braccia che non vi sono infilate, si
volta e dopo alcuni passi si ferma a gambe larghe in mezzo alla porta, ondeggiando lentamente,
prima sulla punta dei piedi, dopo poco, sui talloni, guarda fuori. Mi avvicino con l'intento
di chiedergli dove trovare degli elenchi telefonici.
Due persone si avvicinano e lui, con una veronica da provetto torero si scansa e le fa passare.
Mi risponde dicendo di domandare al proprietario del bar, gli risulta che nello sgabuzzino
conservi vecchi elenchi telefonici di ogni provincia d'Italia.
I numeri somiglianti a quello che posseggo provengono da Domodossola.
Chiamo i Vigili Urbani e chiedo se è possibile individuare il nuovo numero telefonico di un
utente domese, visto che quello che ho risulta inesistente.
Mi viene giustamente chiesto il nome del cittadino ossolano ma non so rispondere, per sommi
capi ripercorro la storia del numero con l'impiegato.
Il tipo, simpatico e curioso, si interessa al fatto e mi chiede se ho modo di contattarlo
tramite internet dandomi il suo contatto MSN; gli rispondo che l'indomani provvederò.
Un film che mi riporta in Piemonte all'epoca del liceo, mi offre i volti dei compagni di
viaggio che, con me, la mattina ancora al buio, prendevano il treno per Novara.
Il riscaldamento, all'interno delle carrozza, ancora non dava un tepore apprezzabile, in
quanto era partito da poco e la condensa sui vetri rendeva miopi anche i falchi, i lampioni
e i fari delle automobili diventavano stelle a mille punte.
non riusciva a superare i due metri e nei corridoi si camminava con le braccia protese per
accorgersi in tempo di chi, all'improvviso, usciva dagli scompartimenti.
Nei pressi di Novara, il fondale offriva un paesaggio completamente diverso da quello del
paese da cui partivo, Gravellona è in mezzo alle montagne, Novara è in mezzo ad una tavola.
E' collegato, lo chiamo e mi presento.
Mi saluta e dice di aver trovato un vecchio elenco telefonico dal quale ha ricavato il nome
dell'utente corrispondente al numero che gli ho fornito, gli riferisco di aver tentato la
medesima strada senza però successo.
Lo digita insieme al numero attuale dicendomi anche di conoscere personalmente la persona che
cerco e che è un suo coetaneo, un certo Stefanelli, 1962, l'anno che ha visto nascere anche me,
lo dico al mio interlocutore elettronico, guarda caso oggi è il suo compleanno, forse proprio
questo lo rende d'animo particolarmente disponibile.
Sono più vecchio io, gli scrivo, sono nato sei mesi prima, gli faccio gli auguri e mi congedo,
non prima di acconsentire ad un suo desiderio, lo devo rendere partecipe dell'epilogo della
faccenda.
drè a ciapà su sass". Così lo prendevo in giro, con il padre condivideva la passione di
raccogliere minerali e cristalli. Su uno scaffale a vetri, nel salone di casa sua, faceva mostra
di se, una suggestiva raccolta.
C'è un disegnatore veneto, bravissimo a disegnare luoghi e situazioni, zeppi di indaffaratissime
formichine, decine di simpatici insetti, in multiformi fogge, riempiono le tavole.
Stefano faceva, già allora, la medesima cosa.
Disegnava, ad esempio, una cava, e minuscoli omini riempivano il foglio, uno sulla ruspa e uno
da indicazioni ad un gruista; uno e pronto a far esplodere una carica di dinamite, un'altro da
istruzioni agli altri per mettersi al riparo.
Disegnava un villaggio medioevale: uno strillava fuori dalla bottega, un'altro inseguiva una
pulzella; un bimbo accarezza un cagnolino; una donna sbatte il tappeto fuorio dalla finestra.
Non la smettevo mai di inerpicarmi in mezzo ai tratti di biro di quel compagno di banco.
annoiata e distratta, la voce di chi, quando si è fatta sera, ha risposto già mille volte
attraverso una cornetta.
Dico chi sono e racconto gli avvenimenti dandogli una data approssimativa del mio arrivo.
decido di raggiungere i luoghi che mi videro crescere.
Un ultimo sguardo ai cavi della funivia, su fino al cucuzzolo dove è annidata la stazione alta,
estremità accolta dal Virgolo e il treno muove nuovamente verso sud.
Cambio a Bologna, inseguo il sole verso Milano da dove, il treno, prende a sferragliare verso
nord.
Più volte mi sono ritrovato nel piazzale antistante la stazione di Verbania e spesso vi sono
giunto in età adulta, in ogni occasione però, noto la differenza percepita delle sue dimensioni,
da bambino mi sembrava gigantesco, nella realtà un autobus a fatica riesce a farci manovra.
Era la meta, quando raggiungevamo il vicino lido dove si andava a fare il bagno.
Lungo la scarpata che dalla ferrovia degrada fino a bagnarsi nel piccolo e quasi magico
lago di Mergozzo, vi erano piccole piazzole dalle dimensioni appena sufficienti ad accogliere
due piedi, da li ci si tuffava, a seconda della perizia, o dell'incoscienza, si sceglieva
l'altezza.
Incoscienti, a pensarci ora, io e il Luigi, saltavamo dalla più alta, molti lo facevano ma
pochi a testa in giù come noi, soprattutto fra i più piccoli; a carponi in alcuni tratti si
giungeva in cima, si guardava il lago con le dita dei piedi che si muovevano senza pace,
autonomamente, alla ricerca della migliore stabilità e, come i tuffatori della Quebrada ad
Acapulco, dopo qualche rituale, profondo respiro, ci si lanciava.
Bisognava fare attenzione ad allontanarsi il più possibile dal declivio, capitava spesso che
qualcuno strofinasse con le gambe i ciotoli appena sotto il pelo dell'acqua.
Si raggiungeva il lago in autostop, per sfruttare maggiormente il pomeriggio, il ritorno
lo facevamo in autobus, per non rischiare di chiedere passaggi fino a tarda sera anche se,
di quando in quando, capitava.
Ora vivo vicino al mare, che adoro, ma il ricordo degli asciugamani distesi sull'erba che
arriva fino all'acqua, è dolcissimo.
Telefono a Luigi, gli spiego il motivo dell'improvvisata e, inutile a dirlo, sarò suo ospite
fino a che rimarrò in zona.
- Tra mezz'ora sono da te. Mi risponde.
Vive a Ornavasso, in linea d'aria a pochissimi chilometri dalla stazione, ma le anse del Toce,
allungano di molto la strada.
Telefono anche a Giovanni dicendogli che sono arrivato e che l'indomani lo richiamerò per un
incontro.
Lascio i bagagli al bar e passo il tempo in attesa di Luigi andando a fare due passi verso il
lido dei tuffi, la passeggiata mi riporta a Jonathan e a Fletcher, a quell'epoca che vide me,
come loro , effettuare i primi voli, le piazzole sulla scarpata mi permettevano i loro medesimi
virtuosismi.
Luigi arriva e come ad ogni occasione, i singhiozzi di pianto non gli permettono di proferir
parola ed io piango con lui.
I ricordi degli anni giovanili fanno ressa sulla porta della memoria, spalla a spalla cercano
di uscire tutti insieme, il groppo alla gola restringe l'apertura.
- O capitano. Mio capitano.
I "dispresi" che facevamo da ragazzi mi portavano ad immaginare il deposito di legnami di
Via Paal.
Compivamo gesti terribili, oggi mi tratterrei a stento per non riempire di sberloni un bocia
che ne eseguisse di analoghi.
- Luigi, ricordi quando stavano costruendo il mobilificio dietro casa, a Gravellona?
- Che bastardi, eh!
Nel cantiere, quando avanzava del cemento già impastato, ancora fresco,lo usavamo per fare
atroci scherzi. Riempivamo le scarpe da lavoro, lasciate a fine turno dai muratori, di quel
calcestruzzo, mettendone un po' anche sotto la suola, usando come sostegno il manico di un
badile, incastravamo, trovando un punto d'appoggio a terra, le calzature sulle pareti appena
intonacate, ridendo come matti, immaginavamo gli operai, il giorno successivo, mentre
toglievano la pala e si ritrovavano le scarpe incollate al centro della parete.
Allora, queste cose, ci divertivano, oggi a raccontarlo, l'alzarsi degli angoli delle labbra
che comunque avviene, si accompagna ad un piccolo senso di colpa che però non ci toglie il
gusto di raccontarcelo per l'ennesima volta.
- A bologna, due giorni fa. Rispondo. Sul banco di un ambulante.
- Due giorni fa anche io ero in viaggio, da Firenze ho raggiunto Bologna, dove sono sceso per
alcuni affari. Passeggiando mi sono fermato ad una bancarella, ho chiesto al rivenditore se
accettava uno scambio, il libro che avevo appena ultimato con uno che mi interessava e che
era in suo possesso. Ha accettato, con l'aggiunta di un paio di Euro è avvenuta la piccola
transazione.
- Allora ho comprato, proprio quel giorno, il libro da lei lasciato. Lo sa che sono quasi
impazzito cercando di decifrare una frase scritta a matita?
- Non ricordo, di quale frase si tratta?
- Ma guarda un po'. Questa è la frase origine del mio desiderio di contattarla.
- Eh si! L'ho scritta in treno, dopo che, alzando per un attimo, lo sguardo dal libro, nel
corridoio è passata una persona che mi è sembrato di rico... no... sce... re
Smette all'improvviso di parlare, quasi con affanno.
- ...mi scusi, come ha detto di chiamarsi?
- Rossi. Mario Rossi. Rispondo parodiando il personaggio di Flemming.
- Mario Rossi! Quel... Mario Rossi. Quel Mario Rossi che frequentava il liceo artistico di
Novara?
- Si! E' la scuola che ho frequentato per un breve periodo, un secolo fa ormai.
- Non ci posso credere. E' proprio te che ho pensato di riconoscere fuori dal mio scopartimento,
ora capisco anche il perché non mi tornava in mente il tuo nome, sono passati forse...trent'anni?
- ...e tu sei Paolo? Quel Paolo? Quello appassionato di cave, miniere e sassi?
Che scemo che sono. Stefanelli Paolo, per scherzare lo chiamavo Paonelli Stefano e come Stefano
aveva occupato la mia memoria
- Già, sono proprio io.
- Ma guarda un po'!
Aquilone
La voce,
di ricci capelli,
un aquilone
disegna nell'aria,
la coda,
scorge dall'alto,
stria la polvere posata
sui propri
antichi mosaici.
Massimo



da un amico



















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