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Archivio Gennaio 2007

Come un filo d'erba

by maxtraetto (30/01/2007 - 19:41)

Ben indirizzato, dopo averne compreso le propensioni, un bimbo a dieci anni, può già essere un grandissimo suonatore di violino o di pianoforte, le capacità di assorbimentodel suo cervello, permettono, a volte, miracoli.

Altrettanto facile è riuscire a portarlo a diventare uno spietato assassino che, con un mitra o un machete in mano, entra in un villaggio e ne massacra gli abitanti.

Lessi la testimonianza di un padre comboniano che ha destinato la propria vita, al recupero mentale e sociale, di bambini-guerriero in Africa.

Storie raccapriccianti, raccontate con la crudezza  necessaria a non lasciar male interpretare le sue parole. Bambini che, inconsapevolmente vengono nutriti con la carne dei componenti il villaggio da loro, poco prima, raso al suolo, alché, una volta svelata l'origine della pietanza, il loro cuore raggiunge la durezza necessaria a diventare il motore per macchine di morte..

Blood diamond - Diamanti di sangue, un film che rappresenta ciò che ho letto sull'estrazione e commercializzazione del "coltan", minerale di cui sono abbastanza ricche le foreste del centro Africa.

Così come i diamanti, il coltan, nel ricco occidente, entra nelle case delle persone che ne "apprezzano" l'esistenza..

Utilizzato nei microcondensatori di apparecchi elettronici, sempre più piccoli e più capaci di grandi prestazioni, ha generato un mercato di un'ampiezza tale che, dal giorno alla notte, nei pressi delle fosse di estrazione, nascono villaggi dove, chi vi lavora, lascia la maggior parte di ciò che ne ricava, acquistando droga, alcol e notti di piacere. Villaggi dove HIV e altre malattie, si diffondono senza alcun controllo, tanto verranno abbandonati in breve tempo; pare che di questo materiale, dove è presente nella massima concentrazione, non ne risulta appetibile l'estrazione che per per alcuni mesi.

Da questo film sbucano queste parole:

KIA

Così come un filo d'erba

cellula dopo cellula

io, pensiero su pensiero,

azione dopo azione,

mi farò strada

in questa invisibile crepa nell'asfalto,

dalla quale,

spunterò al sole.

GIORNATA DELLA MEMORIA

by maxtraetto (27/01/2007 - 18:04)

Napoli, quartiere Vomero, 29 novembre 1937

La nostra storia potrebbe cominciare da molti luoghi.

Dalla Russia patria di ventiquattro soldati prigionieri, dalla Francia dove un medico candidato al premio Nobel lavorava. Dalla Polonia, dalla Jugoslavia o dalla Germania.
Tra le tante possibilità la nostra storia inizierà in Italia, a Napoli, quartiere Vomero, al numero 8 di Via Scarlatti, il 29 novembre 1937.

Eduardo De Simone e sua moglie Gisella quel giorno sono felici è nato il primo figlio: un maschietto, si chiamerà Sergio.
L'Italia fascista non ha ancora varato leggi razziali, Gisella che è israelita pensa al suo bambino e al futuro che avrà.
Papà Eduardo è in Marina, imbarcato. La guerra è lontana, probabilmente non ci sarà. Gisella è nata a Vrhnika in Jugoslavia e in quel giorno di novembre mentre guarda il suo bambino ha da poco compiuto trentatré anni.
Come si siano conosciuti Eduardo e Gisella non sappiamo. Forse Eduardo era arrivato a Fiume per lavoro, forse aveva visto quella bella ragazza durante una passeggiata in una giornata di riposo. Gisella viveva lì a Fiume e forse incontrò per la prima volta Eduardo mentre passeggiava con Mira e Sonia le sue due sorelle o mentre teneva per mano il fratellino Giuseppe. Probabilmente quando Gisella decise di parlare di Eduardo ai suoi genitori il padre Mario Perlow avrà scosso la testa, avrà pensato che il matrimonio con un ragazzo napoletano avrebbe allontanato da sé la figlia. Forse avrà incrociato con lo sguardo quello di sua moglie Rosa per capire cosa ne pensasse.
In fondo non ha molta importanza sapere come Eduardo conobbe Gisella. Di certo sappiamo che quando si sposarono Gisella se ne andò con Eduardo a Napoli, in un'altra città di mare come Fiume. Certamente quel 29 novembre 1937 Eduardo telegrafò a Fiume per far conoscere la buona notizia ai nonni, alle zie, allo giovane zio.

Mentre Sergio si fa grande il mondo comincia a bruciare.
Nel settembre 1939 i giornali annunciano che la Germania è entrata in guerra. Il 10 giugno 1940 anche l'Italia fascista entra nel conflitto.
Eduardo è sempre più spesso lontano come tanti, come tutti. In quasi tre anni di guerra la vita si è fatta sempre più difficile. Napoli subirà pesantissimi bombardamenti: quasi 10.000 mila case cadranno sotto le bombe. Ed è forse per paura degli aerei Alleati, forse perché si sente sola Gisella decide di trovare rifugio a Fiume che le sembra più sicura, che le sembra più lontana dal fronte che dopo lo sbarco americano in Sicilia si avvicina sempre di più.
Così Gisella e il piccolo Sergio raggiungono Fiume.
L'8 settembre del 1943 l'Italia firma l'armistizio con gli Alleati, mentre il generale Badoglio annunzia che "la guerra continua", a Fiume cambiano molte cose.
I tedeschi occupano l'Italia, ne strappano ampie zone, le pongono sotto la sovranità del Reich. Fiume entra a far parte dell'Adriatische Kusterland.
Arrivano nuovi padroni. Arriva Odilo Globocnik e tutti gli uomini che hanno prima gasato migliaia di disabili tedeschi nel quadro del progetto eutanasia e che poi, hanno costruito Treblinka, Sobibor, Belzec. Arrivano a Trieste e Fiume gli uomini che hanno mandato nelle camere a gas quasi un milione e mezzo di ebrei.
Arrivano e la caccia agli ebrei si apre.

Gisella e Sergio non tardano a cadere nella rete. Il 21 marzo 1944 le SS fanno irruzione nell'appartamento dei Perlow in via Milano 17 arrestano Gisella, Sergio, le zie Mira e Sonia, lo zio Giuseppe.
Tutti sono portati al campo di concentramento di San Sabba. Il tempo di una giornata ed il 29 marzo vengono fatti salire sul convoglio T25: destinazione Auschwitz.
Quel treno attraversò l'Europa in quell'inizio di primavera, dopo centinaia di chilometri entrò nel campo di Auschwitz. Erano trascorsi 6 giorni di viaggio.
Centotre maschi vengono inviati subito alle camere a gas, i rimanenti 29 vengono marchiati sul braccio con i numeri dal 179587 al 179615. Cinquantatré donne - tra le quali Gisella, Mira e Sonia - vengono marchiate con i numeri dal 75460 al 76512.
Da questo momento Sergio diventa il prigioniero A 179614. Per un poco viene lasciato con sua madre poi, il 14 maggio 1944, il dottor Josef Mengele seleziona Sergio lo sottopone ad esami del sangue e lo fa operare alle tonsille.
Insieme con lui vengono selezionati altri 19 bambini: 9 maschi e 10 femmine.
Il documento che riporta questa attività di Mengele sfugge miracolosamente alla distruzione degli archivi. Rappresenta l'unico documento ufficiale della tragedia che sta per accadere.

Sergio è solo. Lo portano al Block 10, la "Baracca dei bambini".

(Rubato da www.olokaustos.org)

dal blog del grande Grillo

by maxtraetto (09/01/2007 - 14:04)

Questa è una notizia che non posso fare a meno di rubare da buon cleptomane di parole.

Questa è una notizia che non posso fare a meno di rubare da buon cleptomane di parole.

Nella Città Eterna dell’indulto Gianluigi Barbieri ha dimostrato di non aver capito nulla della vita. Gianluigi è un disabile. Ha preso un autobus alla casbah di Roma Termini. Il jumbo bus 40 dell’Atac. Un nordafricano stava verificando la presenza di contanti in una borsetta. La borsetta non era sua. Gianluigi ha gridato “Signora, attenta”. L’ispettore della borsetta ha reagito Fare passare qualcuno per ladro non è politically correct. E ha colpito con un pugno in faccia Gianluigi. Spalleggiato da due suoi amici. Tre contro uno. Gli ha spiegato cosa pensava di lui: “Sporco down, malato di mente”.
I passeggeri hanno prima fatto finto di nulla. Loro non c’entravano. Non erano né disabili, né borseggiati. Poi hanno manifestato la loro indignazione. Nei confronti del disabile. Che li ha messi in condizioni di pericolo. Una sola persona è intervenuta chiedendo all’autista di chiamare le forze dell’ordine e di bloccare la vettura. L’autista ha raggiunto diligentemente la fermata più vicina e ha aperto le porte dell’autobus.
Il sindaco della Città Eterna dell’indulto ha voluto rimarcare: “L’eccezionale coraggio dimostrato da Gianluca fa parte dell'anima di Roma, che ogni giorno riesce a dare prove concrete di quel senso di solidarietà e responsabilità in grado di contribuire a garantire la migliore qualità della convivenza civile e della sicurezza nella nostra città”. Veltroni allude, senza dirlo, all’ anima di Roma espressa a piene mani dal gregge di persone stipate nel jumbo bus.
Gianluigi non ha capito nulla. Il padre carabiniere gli ha dato una educazione repressiva. I ladri sono persone che sbagliano. Non si turba l’indifferenza pubblica senza pagarne le conseguenze. La stessa signora che stava per essere derubata non l’ha ringraziato. Gli serva da lezione. I derubati non vogliono fastidi. E quanti sono i derubati in Italia? Dovessero gridare tutti: “Al ladro!” cosa ne sarebbe del nostro futuro? Tacere, sopire, sedare, indultare, parlamentare.

GRAZIE GIANLUIGI!!!

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