APRITI SESAMO per Antonietta

Il foglio di cinquanta centimetri per settanta, si preleva dalla risma posata su
una tavola, la raggiungi salendo su una pedana che arriva all'altezza degli stinchi.
Lo alzi, lo sventoli un poco per separarlo dagli altri, lo fai scorrere verso
sinistra su uno scivolo sul quale, un piccolo rilievo regolabile, fa da appoggio
e squadra.
Nel frattempo, una serie di pinze, poste sulla lunghezza di un cilindro rivestito di
carta, si apre e imprigiona il foglio.
Il cilindro, ruotando sul proprio asse, preme il foglio sulla forma posta su un
carrello che si muove assecondando il movimento del cilindro permettendo la stampa.
Dietro la macchina, su alcune bacchette di legno, si posa il foglio guidato da spaghi
che come un ventaglio si va a posare su quelli già stampati.
Maestra, è quello spessore di carta che riveste il cilindro mentre la forma è lo
stampo che si realizza accostando e allineando i caratteri mobili fino a formare
parole e periodi che danno vita a volantini e manifesti.
Bidibim!
Bidibam!
Fogli bianchi sopra, fogli stampati sotto, magica realizzazione frutto del lavoro del
tipografo.
Una macchina da stampa più piccola, pedalina si chiama, in quanto prima dell'avvento
dei motori veniva azionata da un pedale, era il cuore delle vecchie tipografie.
La forma si posizionava verticalmente e il piano di stampa va e viene, vi poni un foglio,
va, stampa e torna e, va, stampa e... via così, per ore e ore.
Macchine affascinanti che un ragazzino vedeva quando accompagnava il padre. Consegnava
realizzazioni grafiche disegnate durante la notte, per lui un secondo lavoro che non
l'ha certamente reso ricco.
Disegnava utilizzando carta, matita e china oggetti oggi sostituiti da tastiera, mouse
e monitor.
Mentre il padre parlava con il titolare, il ragazzino si affascinava a guardare
l'operaio chino sulla "stella", versione moderna e automatica della pedalina..
La "stella", altra magica macchina, premi un bottone che attiva una aspirazione d'aria
in una serie di fori su un tubo che assomiglia ad un flauto.
Tac!
Il foglio attratto dall'aria si attacca, una pinza lo preleva e lo fa ruotare
in macchina.
Al centro della macchina, un pomello sull'estremità di un'asta, è ben serrato nel palmo
di chi ci lavora, viene tirato e la macchina va in pressione permettendo la stampa.
Le pinze continuano a ruotare, una preleva, stampa e posa un foglio, mentre l'altra fa
lo stesso con il successivo.
Con il tempo anche quel ragazzino userà quel pomello insieme alla leva di comando,
sono comodi appoggi come il piede sinistro spinto contro il ginocchio destro, durante le
ore di lavoro, come un timoniere al comando di una nave.
Che fascino esercitavano queste macchine su quel ragazzino.
Tutto questo si trovava in una stanza alla quale si accedeva direttamente dalla strada.
A sinistra, in quel locale, una porta dava ad un cortile interno, un'altra conduceva
in un ambiente dove trovavano posto il bancone di composizione e il tagliacarte.
Il bancone, sotto al ripiano di lavoro, accoglieva una serie di bassi cassetti
sovrapposti. Ogni foggia e ogni misura di lettere è contenuta in quegli scrigni.
Ogni lettera ha un suo posto, così come ogni simbolo di punteggiatura e ogni spessore
utile a distanziare le parole e a riempire le righe.
Pollice e indice, entrando nello scomparto, prelevano una lettera e la dispongono nel
compositoio, così son nati giornali, libri ed enciclopedie, biglietti da visita e
corrispondenza, cartoncini d'invito e d'auguri.
Un giorno, quel ragazzo, entra in quella bottega e chiede di imparare quell'arte, non gli
interessa essere retribuito, desidera solo essere messo a parte dei segreti che
permettono di comunicare stampando.
Peppino è il titolare e da subito gli offre i rudimenti dell'arte.
Tra le prime cose da imparare vi sono le misure tipografiche, non si basano sul
sistema decimale ma duodecimale, derivando dal sistema metrico anglosassone.
Uno dei primi incarichi che viene affidato al ragazzo, è la sistemazione di tutte le
lettere cadute da una cassa scivolata fuori dalle guide. L'insegnamento più comodo che
da subito ne trae è che bisogna appoggiare il cassetto che si va ad utilizzare sopra
quello sottostante dopo averlo aperto un poco.
Il ragazzino prende quel marasma di lettere contenute in una scatola e se lo porta a
casa.
Per un tipografo è un'incombenza analoga ad una punizione, per il ragazzo, un dono, la
possibilità di di poter accedere ad un segreto.
Gotico corpo sei, occhio quattro. Centinaia, migliaia di pezzetti di piombo poco più
grandi di un millimetro, per il ragazzo, le lettere in carattere gotico sono quasi
indistinguibili, soprattutto le maiuscole, dopo parecchio tempo, confezionando tanti
piccoli pacchettini, uno per simbolo, riesce nell'intento.
Antonietta, la moglie di Peppino, ha un bel pancione, tra non molto darà alla luce Giovanna.
Cucina anche per lui, il ragazzo non si allontana dalla tipografia nemmeno a pranzo e
non è certamente una costrizione, anzi, la tipografia diventa parte di lui e lui parte
di essa.
Peppino è un maestro, per quanto di pochi anni più grande, un adulto, il capo, lo sciamano
che l'accompagnerà nel mondo delle parole stampate.
Il primo periodo che il ragazzo passerà in quella tipografia, durerà pochi mesi, la
passione, la voglia di apprendere e l'amore del maestro lo porteranno presto ad
affrancarsi.
Pochi mesi durante i quali condivideranno avvenimenti, pranzi, cene, concerti e bagni
al mare.
Peppino e Antonietta non sono semplicemente i datori di lavoro, sono i custodi dei
segreti di un'arte che permeerà la vita, tutta la vita, di quell'apprendista, sono gli zii,
i fratelli più grandi, la famiglia.
La stampa oggi è cambiata, la tipografia è obsoleta e poco redditizia, quel ragazzino fa
altre cose ma è rimasto nel mondo della stampa ed utilizza ancora quelle macchine, quei riti,
quelle magie.
Peppino e Antonietta sono stati e saranno sempre coloro che gli hanno rivelato
"L'apriti Sesamo" dell'antro della stampa.





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