La roggia
Avevo sei anni e mi stavo accingendo ad attraversare via Roma.
Mi trovavo fermo tra due automobili parcheggiate, quando quella alla mia sinistra, di poco, avanza.
Tra me e l’auto non è che ci fosse molto spazio, quindi mi trovai spalmato sull’auto alla mia destra.
Fortunatamente, l’auto che tentava di schiacciarmi aveva a bordo un autista che s’accorgeva di ciò che stava facendo e, anche se non proprio prontamente, arretrò lasciandomi cadere a terra.
L’autista con il volto di una persona evidentemente sotto shock, dopo essersi informato sul dove abitassi, mi prese in braccio e mi portò a casa.
La meteorologia, in quei giorni, registrava pioggia, molta pioggia, tanta che sia lo Strona che il Toce, colmarono gli alvei ed in alcuni punti cercarono e trovarono spazi più ampi sui quali correre.
Mi portarono all’ospedale, senza urgenza, il giorno dopo l’incidente. Accusavo un dolore al gomito, per sicurezza mi prescrissero i raggi X.
Eseguito il trapassante esame, io e mia madre, tornammo a casa, la strada ai piedi del palazzo in cui abitavamo, era colma di persone in agitazione. Carabinieri, pompieri e ambulanze, con le luci sui loro tetti, illuminavano, in un giostrante susseguirsi di raggi colorati, le facciate delle case tutt’attorno e una forte frenesia si era impossessata, a vario titolo, di tutti gli astanti.
Salimmo e dal balcone dell’appartamento che occupavamo al quinto piano, vedemmo da cosa era causato tutto quel bailamme.
Era crollato il ponte che, da vicino casa, permetteva di attraversare lo Srona, i tronchi degli alberi si accumularono tra gli archi della napoleonica costruzione e, facendo da diga, forzarono sui pilastri che pur essendo formati da blocchi di granito, non ressero alla forza dell’acqua, trascinando con se buona parte dell’antica struttura.
L’acqua non portò con se solo il ponte, anche un’auto, incurante dello sbracciarsi da parte dei Carabinieri già sul posto, avvertiti della presenza di interessanti crepe, precipitò tra le rocce in quanto volle attraversare proprio mentre il ponte stava collassando.
All’interno, tre malcapitati, rimasero incastrati tra le lamiere contorte dai detriti.
Un Carabinieri, aiutato dai presenti, si calò riuscendo a sottrarre dalla furia dell’agitato liquido, due persone mentre una terza, mi sembra il conducente, perì senza che gli si potesse portare soccorso.
Alcuni anni dopo, quel Carabiniere, venne insignito di una qualche medaglia al valore.
Il ponte portò con se anche parte di una palazzina con la quale condivideva il marciapiedi. A livello della strada ospitava un supermercato della Coop, per noi questo era il nome della palazzina stessa.
Abbandonata, divenne per anni, luogo di spericolati pomeriggi.
Oggi, una situazione analoga, verrebbe messa in assoluta sicurezza, con transenne e limiti d’accesso d’ogni genere; allora, l’unico limite, era costituito da alcune tavole inchiodate a croce su tutte le aperture che potevano costituire un accesso, ma venivano, con puntuale caparbietà, rimosse da qualcuno. Io e Luigi non avevamo bisogno di tale operazione, entravamo a piacimento nel caseggiato, dalla parte da cui mostrava le proprie nudità, scalando le macerie che, come una frana, si riversavano nel torrente. Frugando tra i mattoni e le tegole, anche dopo anni, riuscivamo sempre a trovare qualcosa di interessante. Una bottiglia piuttosto che una forchetta, un rotolo di nastro adesivo o una rivista; questi oggetti erano il bottino che ci meritavamo quando capitava che alla Coop spettava il compito di farci trascorrere alcune ore. In una di quelle scorrerie, trovammo una scatoletta di ragù pronto, ricordo una confezione con l’etichetta verde; dopo vari tentativi, utilizzando arnesi di fortuna, riuscimmo ad aprirla, l’assaggiammo e, ancora con le smorfie di disgusto sul viso, attraverso una scomparsa parete, la scaraventai tra i flutti.
Anche il ponte sul Toce crollò e siccome la strada che porta verso Ornavasso si allagò, Gravellona rimase bloccata su tre delle quattro strade che portano fuori dal paese. Per poter proseguire verso l’Ossola, i pompieri istituirono un trasbordo delle auto e delle persone, su mezzi anfibi così da poter oltrepassare la località Campone, completamente sommersa.
Il ponte sul Toce venne prontamente sostituito da una passerella appoggiata su barconi attaccati tra loro cosicché sia le persone che i veicoli, poterono attraversare per quanto in modo abbastanza traballante.
Sottocasa invece, si potè attraversare lo Strona, dapprima solo a piedi, su una passerella sospesa a cavi. Nei mesi successivi, approntarono una nuova strada, sottraendo spazio al cortile sul retro del palazzo di Luigi che da allora rimase diviso in due dalla rampa che dava accesso al nuovo ponte, sarebbe comunque stato provvisorio. Venne costruito in travi d’acciaio imbullonate. La pavimentazione era di tavole appoggiate di traverso, per tutta la lunghezza dell’unica campata.
Di giorno non ci si faceva molto caso, ma di notte, i veicoli che vi transitavano, facendo rimbalzare sui loro alloggiamenti quelle tavole, producendo un frastuono tale che occorsero parecchi giorni prima di abituare le nostre orecchie a quel rumore e a farlo diventare sopportabile. Per ovviare un po’, sostituivano spesso le tavole senza, tra l’altro, sortire un soddisfacente risultato.
Via Milano è la strada che porta dalla crociera a “di là del ponte”, come veniva chiamata la zona di Gravellona sull’altra sponda dello Strona e cammina parallela alla facciata principale del palazzo in cui vivevo, dal crollo del ponte la deviarono facendo in modo che girasse intorno allo spigolo del palazzo, formando una esse che conduceva al nuovo ponte.
Fu questa la ragione per cui venne chiusa la discesa che dava accesso ai garages sotto casa, che altrimenti si sarebbe trovata a sbucare proprio nel mezzo di una delle anse della doppia curva. Ne venne così costruita una sostitutiva, alcuni spostata di alcuni metri, aprendo una breccia in quello che era il muro di confine; fino ad allora ci aveva separati dal prato dove andavamo ad abbuffarci di “pane e vino”, la saporitissima erba che d’estate eravamo soliti masticare per estrarne l’agre linfa, dopo la si sputava.
Prima di tutti questi lavori, per raggiungere il cortile di Luigi, dovevamo passare per Via Milano, girare intorno alla casa dell’Eliseo, costruita a cavallo della roggia, per ridiscendere lungo l’argine destro del canale.
Proprio davanti alla vecchia discesa del mio cortile dovettero costruire un ponticello, corto ma indispensabile per scavalcare il canale così, da quel momento, i nostri cortili vennero messi in comunicazione diretta dalla rampa del nuovo ponte.
La roggia era un canale alimentato più a monte, dallo Strona. Serviva, un tempo, ad azionare mulini utilizzati per vari usi, il principale era quello di far girare ruote che producevano energia elettrica, utile alle varie fabbriche presenti lungo il suo corso. Per lunghi tratti era a cielo aperto, quasi completamente priva di protezioni. Per tenere lontani dalle sue sponde i bambini, gli adulti facevano girare la voce, che sul fondo del canale viveva un mostro pronto a ghermir prede allorquando queste si avvicinavano. Non che ci credessi però, quando un pallone ci finiva dentro, non è che mi veniva tanta voglia di recuperarlo quindi, periodicamente, si raggiungeva il punto laddove, dopo il suo utile correre, ritornava nel torrente. Una barriera di grossi massi ne rallentava la corsa, conoscevamo perciò, l'elevata la probabilità che i palloni vi rimanessero imprigionati.
Quando era vuoto, usavamo il letto di cemento del canale, per entrare in una vecchia fabbrica, da tempo abbandonata. Si camminava chinati per circa cinquanta metri, fino a raggiungere l’interno dello stabilimento dove delle saracinesche arrugginite, facevano capire che tempo addietro, in quel punto, era possibile controllare il flusso dell’acqua noi, invece, le si usava per issarci fuori dal canale sporcandoci completamente dell’ossido di ferro.
Una volta all’interno del recinto dell’opificio, era cosa facile girare per i giganteschi ambienti. In una di queste furtive visite, trovammo un deposito, al centro del quale imperava un’enorme montagna di tessuto grigio-verde. Era un cumulo di strette bisacce all’interno delle quali era custodito un intero kit per maschere antigas, con tanto di filtri di ricambio, un tubicino simile ad un piccolo tubetto di dentrifricio che recava la scritta “antiappannante” e una piccola pezza. Si doveva sicuramente trattare di materiale utilizzato durante la seconda guerra mondiale e, a pensarci bene, era finita da poco più di vent’anni. Il premio, per quella giornata, era costituito dal maggior numero di bisacce che riuscivamo a portarci tracolla, l’intento era quello di ricavarci chissà quale grande guadagno, frutto della vendita agli amici, di quel prodotto tanto facilmente reperibile. Non andò proprio a buon fine quel commercio, provammo anche, stringendole il più possibile al volto, ad utilizzarle come maschere da sub, anche in quel caso il successo, ovviamente, non si vide affatto.
In un’altra occasione, trovai delle bacchette di vetro con il diametro uguale a quello del mio polso e lunghe quento io ero alto, ancora oggi vivo la curiosità di sapere quale potesse essere il loro utilizzo, allora non ho potuto chiedere ad un adulto di cosa si trattasse, avrei dovuto spiegarne la provenienza; le portai a casa e, dopo alcuni giorni, non sapendo che farne le riportai nello stabilimento per togliermi lo sfizio di buttarle dalle finestre più altre, con grandi risa nervose causate dal gran fracasso che provocarono. Il timore di essere scoperti era sempre presente ed era la benzina delle nostre furbate.
Da uno dei sottotetto, si poteva passare alla soffitta di una abitazione adiacente. Sul pavimento si apriva una botola. Nostro divertimento, era aprire quella botola, e dopo aver verificato che gli inquilini fossero assenti, la aprivamo. Dava accesso alla stanza da bagno di una coppia di anziani, in loro assenza mettevamo a soqquadro tutti gli oggetti posati sulle varie mensole. Si rideva come matti cercando di imitare i volti dei due malcapitati, quando al loro ritorno, si sarebbero accorti dell’inspiegabile cataclisma che li aveva colpiti.
Di fronte allo sbocco di via Privata Pariani, la strada sul retro di casa, su via Milano, c’è l’imbocco di via Ripari, si dipana, prima di raggiungere corso Roma, tra le case che sorgono lungo la roggia. Subito dietro la casa sull’angolo sinistro, una piccola casina con l’accesso su un ballatoio che si raggiungeva salendo cinque o sei scalini di beola, era la dimora di una vecchina che, essendoci simpatica, non era mai vittima dei nostri “dispresi”. Era entrata nelle nostre grazie perché, in cambio di qualche commissione, ci faceva dono di biscotti o caramelle. Le portavamo spesso delle cassette per la frutta, recuperate durante i ritorni a casa, lungo la strada o fuori dai negozi, le utilizzava per avviare il fuoco nella stufa e in cambio ci dava alcune monete da cinquanta o, raramente, da cento lire che prontamente spendevamo nella bottega della Gattoni oppure al bar Sport, nostro fornitore ufficiale di ghiaccioli.
Alla prima curva, che svoltava a destra, una sponda del canale fungeva da troppo pieno, permetteva alla roggia, qualora troppo abbondante d’acqua, di riversarsi nello Strona, in quel punto particolarmente vicino; quando era quasi vuota, quella stessa sponda ce ne permetteva l’attraversamento.
Raggiungevamo, così, un estesissimo prato sul quale, d’estate, ci si metteva ad asciugare dopo aver combattuto l’arsura tuffandoci nello Strona. In quel punto, infatti, il torrente forma una grande pozza dove la corrente rallenta in modo considerevole, diventando una comoda piscina naturale.
Un grandissimo masso emergeva dall’acqua ed era sormontato da un alto muro che ne seguiva, alla base, la sagoma. Sulla sinistra, la roccia, presentava un punto più sporgente e alto, da lassù ci si tuffava. Era un vanto riuscirci, perché solitamente era permesso solo ai più grandi. Imparammo addirittura, a tuffarci dalla sommita del contrafforte. La si poteva raggiungere percorrendo una stretta stradina perpendicolare al torrente ed entrando in un giardino.
Mi tuffavo solo di piedi, qualcuno lo faceva anche di testa, io non mi sono mai spinto a tanto.
Crollo ponte sullo Strona - 1968
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleriaFoto.asp?Id=2836&IdC=216
Collaudo nuovo ponte
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleriaFoto.asp?Id=2835&IdC=216
Galleria foto
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleria.asp
Roxana Saberi
ANSA) - TEHERAN, 11 MAG - La giornalista irano-americana Roxana Saberi e' stata scarcerata. Lo si apprende da fonti giudiziarie a Teheran. La condanna a otto anni inflitta in primo grado a Roxana Saberi e' stata ridotta a due anni, con sospensione condizionale della pena, perche' gli Stati Uniti sono stati considerati un Paese non ostile. Lo ha detto oggi uno degli avvocati della giornalista irano-americana, Abdolsamad Khorramshahi.
Oggi ho ricevuto questa:
I'm writing with joy and relief to let you know that petition signatures helped to make a difference: American journalist Roxana Saberi is free!
Individuals around the world, including the almost 28,000 activists who signed our petition, have pressured the Iranian government to free Roxana Saberi. Ms. Saberi appeared in court to have her appeal heard yesterday and her charges were reduced. She walked out of prison in Iran today and was reunited with her parents.
Irano-americana, di madre giapponese, di padre iraniano, è da tre mesi nel carcere di Evin a Teheran.
Mi sembra d'aver capito che non siano state rese note le accuse delle quali è stata oggetto e per le quali già è stata processata.
Sta dimagrendo a vista d'occhio in quanto sta facendo lo sciopero della fame.
L'ennesima persona che, in quanto giornalista, ne sono convinto, subisce violenza da parte delle autorità di un paese autoritario.
Tanti ne sono morti e per ognuno di loro, o non si trova il mandante o, addirittura, gli si addebita la motivazione della violenza stessa.
Cliccando sulla fotografia si arriva ad un sito che raccoglie le firme per una petizione che chiede la sua scarcerazione
Un abbraccio
pena_di_morte[1]
Sono contrario alla pena di morte sempre e comunque.
Se parliamo di minorenni condannati a questa pena, sto veramente male.
Siamo responsabili dei nostri figli fino alla loro maggiore età, siamo altresì responsabili di tutti quei minori che non hanno mai avuto o hanno perduto prematuramente, una guida, come possiamo portarli alla morte per uno sbaglio che hanno commesso perché noi adulti non siamo stati capaci di prevenire atteggiamenti che, nella maggior parte dei casi, sono dovuti a nostre mancanze.

il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (art. 6(5)): “Una sentenza capitale non può essere pronunciata per delitti commessi dai minori di 18 anni ...”
la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia (art. 37(a)): “... Né la pena capitale né l’imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretate per reati commessi da persone di età inferiore a 18 anni.”






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