La roggia
Avevo sei anni e mi stavo accingendo ad attraversare via Roma.
Mi trovavo fermo tra due automobili parcheggiate, quando quella alla mia sinistra, di poco, avanza.
Tra me e l’auto non è che ci fosse molto spazio, quindi mi trovai spalmato sull’auto alla mia destra.
Fortunatamente, l’auto che tentava di schiacciarmi aveva a bordo un autista che s’accorgeva di ciò che stava facendo e, anche se non proprio prontamente, arretrò lasciandomi cadere a terra.
L’autista con il volto di una persona evidentemente sotto shock, dopo essersi informato sul dove abitassi, mi prese in braccio e mi portò a casa.
La meteorologia, in quei giorni, registrava pioggia, molta pioggia, tanta che sia lo Strona che il Toce, colmarono gli alvei ed in alcuni punti cercarono e trovarono spazi più ampi sui quali correre.
Mi portarono all’ospedale, senza urgenza, il giorno dopo l’incidente. Accusavo un dolore al gomito, per sicurezza mi prescrissero i raggi X.
Eseguito il trapassante esame, io e mia madre, tornammo a casa, la strada ai piedi del palazzo in cui abitavamo, era colma di persone in agitazione. Carabinieri, pompieri e ambulanze, con le luci sui loro tetti, illuminavano, in un giostrante susseguirsi di raggi colorati, le facciate delle case tutt’attorno e una forte frenesia si era impossessata, a vario titolo, di tutti gli astanti.
Salimmo e dal balcone dell’appartamento che occupavamo al quinto piano, vedemmo da cosa era causato tutto quel bailamme.
Era crollato il ponte che, da vicino casa, permetteva di attraversare lo Srona, i tronchi degli alberi si accumularono tra gli archi della napoleonica costruzione e, facendo da diga, forzarono sui pilastri che pur essendo formati da blocchi di granito, non ressero alla forza dell’acqua, trascinando con se buona parte dell’antica struttura.
L’acqua non portò con se solo il ponte, anche un’auto, incurante dello sbracciarsi da parte dei Carabinieri già sul posto, avvertiti della presenza di interessanti crepe, precipitò tra le rocce in quanto volle attraversare proprio mentre il ponte stava collassando.
All’interno, tre malcapitati, rimasero incastrati tra le lamiere contorte dai detriti.
Un Carabinieri, aiutato dai presenti, si calò riuscendo a sottrarre dalla furia dell’agitato liquido, due persone mentre una terza, mi sembra il conducente, perì senza che gli si potesse portare soccorso.
Alcuni anni dopo, quel Carabiniere, venne insignito di una qualche medaglia al valore.
Il ponte portò con se anche parte di una palazzina con la quale condivideva il marciapiedi. A livello della strada ospitava un supermercato della Coop, per noi questo era il nome della palazzina stessa.
Abbandonata, divenne per anni, luogo di spericolati pomeriggi.
Oggi, una situazione analoga, verrebbe messa in assoluta sicurezza, con transenne e limiti d’accesso d’ogni genere; allora, l’unico limite, era costituito da alcune tavole inchiodate a croce su tutte le aperture che potevano costituire un accesso, ma venivano, con puntuale caparbietà, rimosse da qualcuno. Io e Luigi non avevamo bisogno di tale operazione, entravamo a piacimento nel caseggiato, dalla parte da cui mostrava le proprie nudità, scalando le macerie che, come una frana, si riversavano nel torrente. Frugando tra i mattoni e le tegole, anche dopo anni, riuscivamo sempre a trovare qualcosa di interessante. Una bottiglia piuttosto che una forchetta, un rotolo di nastro adesivo o una rivista; questi oggetti erano il bottino che ci meritavamo quando capitava che alla Coop spettava il compito di farci trascorrere alcune ore. In una di quelle scorrerie, trovammo una scatoletta di ragù pronto, ricordo una confezione con l’etichetta verde; dopo vari tentativi, utilizzando arnesi di fortuna, riuscimmo ad aprirla, l’assaggiammo e, ancora con le smorfie di disgusto sul viso, attraverso una scomparsa parete, la scaraventai tra i flutti.
Anche il ponte sul Toce crollò e siccome la strada che porta verso Ornavasso si allagò, Gravellona rimase bloccata su tre delle quattro strade che portano fuori dal paese. Per poter proseguire verso l’Ossola, i pompieri istituirono un trasbordo delle auto e delle persone, su mezzi anfibi così da poter oltrepassare la località Campone, completamente sommersa.
Il ponte sul Toce venne prontamente sostituito da una passerella appoggiata su barconi attaccati tra loro cosicché sia le persone che i veicoli, poterono attraversare per quanto in modo abbastanza traballante.
Sottocasa invece, si potè attraversare lo Strona, dapprima solo a piedi, su una passerella sospesa a cavi. Nei mesi successivi, approntarono una nuova strada, sottraendo spazio al cortile sul retro del palazzo di Luigi che da allora rimase diviso in due dalla rampa che dava accesso al nuovo ponte, sarebbe comunque stato provvisorio. Venne costruito in travi d’acciaio imbullonate. La pavimentazione era di tavole appoggiate di traverso, per tutta la lunghezza dell’unica campata.
Di giorno non ci si faceva molto caso, ma di notte, i veicoli che vi transitavano, facendo rimbalzare sui loro alloggiamenti quelle tavole, producendo un frastuono tale che occorsero parecchi giorni prima di abituare le nostre orecchie a quel rumore e a farlo diventare sopportabile. Per ovviare un po’, sostituivano spesso le tavole senza, tra l’altro, sortire un soddisfacente risultato.
Via Milano è la strada che porta dalla crociera a “di là del ponte”, come veniva chiamata la zona di Gravellona sull’altra sponda dello Strona e cammina parallela alla facciata principale del palazzo in cui vivevo, dal crollo del ponte la deviarono facendo in modo che girasse intorno allo spigolo del palazzo, formando una esse che conduceva al nuovo ponte.
Fu questa la ragione per cui venne chiusa la discesa che dava accesso ai garages sotto casa, che altrimenti si sarebbe trovata a sbucare proprio nel mezzo di una delle anse della doppia curva. Ne venne così costruita una sostitutiva, alcuni spostata di alcuni metri, aprendo una breccia in quello che era il muro di confine; fino ad allora ci aveva separati dal prato dove andavamo ad abbuffarci di “pane e vino”, la saporitissima erba che d’estate eravamo soliti masticare per estrarne l’agre linfa, dopo la si sputava.
Prima di tutti questi lavori, per raggiungere il cortile di Luigi, dovevamo passare per Via Milano, girare intorno alla casa dell’Eliseo, costruita a cavallo della roggia, per ridiscendere lungo l’argine destro del canale.
Proprio davanti alla vecchia discesa del mio cortile dovettero costruire un ponticello, corto ma indispensabile per scavalcare il canale così, da quel momento, i nostri cortili vennero messi in comunicazione diretta dalla rampa del nuovo ponte.
La roggia era un canale alimentato più a monte, dallo Strona. Serviva, un tempo, ad azionare mulini utilizzati per vari usi, il principale era quello di far girare ruote che producevano energia elettrica, utile alle varie fabbriche presenti lungo il suo corso. Per lunghi tratti era a cielo aperto, quasi completamente priva di protezioni. Per tenere lontani dalle sue sponde i bambini, gli adulti facevano girare la voce, che sul fondo del canale viveva un mostro pronto a ghermir prede allorquando queste si avvicinavano. Non che ci credessi però, quando un pallone ci finiva dentro, non è che mi veniva tanta voglia di recuperarlo quindi, periodicamente, si raggiungeva il punto laddove, dopo il suo utile correre, ritornava nel torrente. Una barriera di grossi massi ne rallentava la corsa, conoscevamo perciò, l'elevata la probabilità che i palloni vi rimanessero imprigionati.
Quando era vuoto, usavamo il letto di cemento del canale, per entrare in una vecchia fabbrica, da tempo abbandonata. Si camminava chinati per circa cinquanta metri, fino a raggiungere l’interno dello stabilimento dove delle saracinesche arrugginite, facevano capire che tempo addietro, in quel punto, era possibile controllare il flusso dell’acqua noi, invece, le si usava per issarci fuori dal canale sporcandoci completamente dell’ossido di ferro.
Una volta all’interno del recinto dell’opificio, era cosa facile girare per i giganteschi ambienti. In una di queste furtive visite, trovammo un deposito, al centro del quale imperava un’enorme montagna di tessuto grigio-verde. Era un cumulo di strette bisacce all’interno delle quali era custodito un intero kit per maschere antigas, con tanto di filtri di ricambio, un tubicino simile ad un piccolo tubetto di dentrifricio che recava la scritta “antiappannante” e una piccola pezza. Si doveva sicuramente trattare di materiale utilizzato durante la seconda guerra mondiale e, a pensarci bene, era finita da poco più di vent’anni. Il premio, per quella giornata, era costituito dal maggior numero di bisacce che riuscivamo a portarci tracolla, l’intento era quello di ricavarci chissà quale grande guadagno, frutto della vendita agli amici, di quel prodotto tanto facilmente reperibile. Non andò proprio a buon fine quel commercio, provammo anche, stringendole il più possibile al volto, ad utilizzarle come maschere da sub, anche in quel caso il successo, ovviamente, non si vide affatto.
In un’altra occasione, trovai delle bacchette di vetro con il diametro uguale a quello del mio polso e lunghe quento io ero alto, ancora oggi vivo la curiosità di sapere quale potesse essere il loro utilizzo, allora non ho potuto chiedere ad un adulto di cosa si trattasse, avrei dovuto spiegarne la provenienza; le portai a casa e, dopo alcuni giorni, non sapendo che farne le riportai nello stabilimento per togliermi lo sfizio di buttarle dalle finestre più altre, con grandi risa nervose causate dal gran fracasso che provocarono. Il timore di essere scoperti era sempre presente ed era la benzina delle nostre furbate.
Da uno dei sottotetto, si poteva passare alla soffitta di una abitazione adiacente. Sul pavimento si apriva una botola. Nostro divertimento, era aprire quella botola, e dopo aver verificato che gli inquilini fossero assenti, la aprivamo. Dava accesso alla stanza da bagno di una coppia di anziani, in loro assenza mettevamo a soqquadro tutti gli oggetti posati sulle varie mensole. Si rideva come matti cercando di imitare i volti dei due malcapitati, quando al loro ritorno, si sarebbero accorti dell’inspiegabile cataclisma che li aveva colpiti.
Di fronte allo sbocco di via Privata Pariani, la strada sul retro di casa, su via Milano, c’è l’imbocco di via Ripari, si dipana, prima di raggiungere corso Roma, tra le case che sorgono lungo la roggia. Subito dietro la casa sull’angolo sinistro, una piccola casina con l’accesso su un ballatoio che si raggiungeva salendo cinque o sei scalini di beola, era la dimora di una vecchina che, essendoci simpatica, non era mai vittima dei nostri “dispresi”. Era entrata nelle nostre grazie perché, in cambio di qualche commissione, ci faceva dono di biscotti o caramelle. Le portavamo spesso delle cassette per la frutta, recuperate durante i ritorni a casa, lungo la strada o fuori dai negozi, le utilizzava per avviare il fuoco nella stufa e in cambio ci dava alcune monete da cinquanta o, raramente, da cento lire che prontamente spendevamo nella bottega della Gattoni oppure al bar Sport, nostro fornitore ufficiale di ghiaccioli.
Alla prima curva, che svoltava a destra, una sponda del canale fungeva da troppo pieno, permetteva alla roggia, qualora troppo abbondante d’acqua, di riversarsi nello Strona, in quel punto particolarmente vicino; quando era quasi vuota, quella stessa sponda ce ne permetteva l’attraversamento.
Raggiungevamo, così, un estesissimo prato sul quale, d’estate, ci si metteva ad asciugare dopo aver combattuto l’arsura tuffandoci nello Strona. In quel punto, infatti, il torrente forma una grande pozza dove la corrente rallenta in modo considerevole, diventando una comoda piscina naturale.
Un grandissimo masso emergeva dall’acqua ed era sormontato da un alto muro che ne seguiva, alla base, la sagoma. Sulla sinistra, la roccia, presentava un punto più sporgente e alto, da lassù ci si tuffava. Era un vanto riuscirci, perché solitamente era permesso solo ai più grandi. Imparammo addirittura, a tuffarci dalla sommita del contrafforte. La si poteva raggiungere percorrendo una stretta stradina perpendicolare al torrente ed entrando in un giardino.
Mi tuffavo solo di piedi, qualcuno lo faceva anche di testa, io non mi sono mai spinto a tanto.
Crollo ponte sullo Strona - 1968
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleriaFoto.asp?Id=2836&IdC=216
Collaudo nuovo ponte
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleriaFoto.asp?Id=2835&IdC=216
Galleria foto
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/ComGalleria.asp
Nota a margine
è meravigliosamente evidente.
Il fiume, ora a destra, ora a sinistra del treno, corre parallelo all'autostrada e alla
statale.
Passando su ponti e viadotti, il fiume, creatura naturale, pare intrecciarsi all'infinito
con le strisce che l'uomo ha posto sul fondovalle.
Il panorama, alzando lo sguardo dal libro, all'inizio è confuso e offuscato, il cielo è
terso, l'aria limpida ma l'astigmatismo che si sta aggravando, mi obbliga a soffermarmi
alcuni istanti su ogni particolare, prima di coglierne bene i contorni.
Lo stesso succede quando, dall'esterno del treno, l'attenzione si posa nuovamente sulla
pagina, dove un mucchietto di macchioline, piano, piano, ridiventano lettere, parole,
frasi.
A margine, scritto a matita, con grafia terribile, indistinguibile, vi è scritto qualcosa,
faccio fatica a leggere a causa della scarsa qualità della mia vista quei tratti, così
malamente premuti con punta di lapis.
"po'",alla fine della corta frase, è l'unica sillaba che riconosco da subito, il resto
diventa intelligibile solo dopo vari tentativi che, una volta interpretati quei segni, mi
fanno sentire un "po'" cretino per la loro semplicità.
Ma guarda un po'.
La prima impressione è che a scrivere quelle parole, sia stata una persona incazzata,
nervosa quanto meno.
Un libro acquistato su una bancarella ambulante mi ha offerto questo enigma che comunque,
per ora, non mi porta da nessuna parte.
Dal finestrino, le montagne, da bianco calcareo si fanno rosa, il tramonto aiuta molto il
tinteggiarsi serale delle Dolomiti .
Ora, siamo in Alto Adige. Sulla destra, su un piccolo monte all'ingresso di una valle,
si nota un castello, non ricordo il nome, nella mia memoria però è sempre presente, fa
parte di quella memoria che mi riporta ai medesimi viaggi fatti da ragazzo.
Sono le pagine di un libro letto e riletto, dove un certo Fletcher è il gabbiano co-prota_
gonista della storia, Jonathan, il gabbiano fulcro della storia, mi piace molto, ma Fletcher
lo sento amico, più vicino a me.
Un numero di telefono è scritto, stavolta a penna e in modo molto leggibile, a piè di pagina,
la sua presenza già si nota dalla tonsura, anche io adotto questo sistema nello scrivere
annotazioni sulle pagine, arrivo scrivendo, fino all'orlo cosicché, sfogliando, le ritrovo
agevolmente.
Il prefisso mi è familiare e attira la mia attenzione; un tomo proveniente da una bancarella
di Bologna, riporta un numero telefonico della zona del Piemonte dove sono cresciuto e lo
sto leggendo viaggiando su un treno che mi conduce alla città che vide i miei natali, a ben
quattrocento chilometri di distanza.
Arrivato a Bolzano, la prima cosa che faccio è chiamare da un telefono pubblico, il numero
del piemonte trovato tra voli di gabbiani.
Una voce che di naturale ha ben poco, mi informa che il numero è inesistente; vabbè!
Prendo la "Sasa", così chiamo gli autobus di Bolzano perché da bambino, l'azienda che gestiva
i trasporti, utilizzava questo acrostico e, quando un luogo lo rivedi molto saltuariamente,
vive per il tempo che si trascorre lì. Il tempo trascorso tra due visite rallenta fino quasi
a fermarsi, tutto pare essere come lo si vide in occasione dell'ultima visita.
Arrivato all'incrocio con via Torino scendo, a piedi mi piace ripercorrere tutta la strada
fino a giù, a via Milano; a poca distanza una dall'altre ancora ci sono le case dove venivo
accolto dalle nonne e non posso fare a meno di andarle a guardare.
I bagagli sono pesanti ma non più degli anni che riconosco essere passati sulle mie spalle.
Incantato guardo gli angoli, le case, gli incroci; mi sento sgambettare con il doppio passo,
ora su un piede, ora sull'altro, mentre da casa di nonna Afrodite vado a casa di nonna Carla.
Un clacson. Sembra l'avvertimento ad un macchinista di teatro che, ad una magica velocità,
cambia le quinte sul palcoscenico e ritorno quarantaseienne con valige e stanchezza appresso.
Passano alcuni giorni e quel numero letto sul libro, mi investe nuovamente, con uno di quei
vuoti di stomaco che senti quando ti torna a mente qualcosa di importante, che dopo averla
dimenticata, non sai se potrai porvi rimedio.
Cerco un posto con telefono pubblico, uno di quelli con tutti gli elenchi telefonici, così da
poter individuare almeno la provenienza approssimativa di quello trovato con Jonathan.
didegna un ampio cerchio nell'aria che improvvisamente chiude, come se le labbra sulle quali
va a posare la sigaretta si trovassero all'improvviso e par caso sulla sua traiettoria.
Fa sporgere il labbro inferiore fino ad avvolgere quello superiore, dalla fessura fa uscire
una fascia di fumo bianca e densa, evidentemente non inspirata, gli fa chiudere gli occhi.
Con l'aria di chi è convinto di trovarsi in un luogo dove è sempre atteso, ordina:
- Il solito.
Sorseggia il caffè, si aggiusta la giacca intorno alle braccia che non vi sono infilate, si
volta e dopo alcuni passi si ferma a gambe larghe in mezzo alla porta, ondeggiando lentamente,
prima sulla punta dei piedi, dopo poco, sui talloni, guarda fuori. Mi avvicino con l'intento
di chiedergli dove trovare degli elenchi telefonici.
Due persone si avvicinano e lui, con una veronica da provetto torero si scansa e le fa passare.
Mi risponde dicendo di domandare al proprietario del bar, gli risulta che nello sgabuzzino
conservi vecchi elenchi telefonici di ogni provincia d'Italia.
I numeri somiglianti a quello che posseggo provengono da Domodossola.
Chiamo i Vigili Urbani e chiedo se è possibile individuare il nuovo numero telefonico di un
utente domese, visto che quello che ho risulta inesistente.
Mi viene giustamente chiesto il nome del cittadino ossolano ma non so rispondere, per sommi
capi ripercorro la storia del numero con l'impiegato.
Il tipo, simpatico e curioso, si interessa al fatto e mi chiede se ho modo di contattarlo
tramite internet dandomi il suo contatto MSN; gli rispondo che l'indomani provvederò.
Un film che mi riporta in Piemonte all'epoca del liceo, mi offre i volti dei compagni di
viaggio che, con me, la mattina ancora al buio, prendevano il treno per Novara.
Il riscaldamento, all'interno delle carrozza, ancora non dava un tepore apprezzabile, in
quanto era partito da poco e la condensa sui vetri rendeva miopi anche i falchi, i lampioni
e i fari delle automobili diventavano stelle a mille punte.
non riusciva a superare i due metri e nei corridoi si camminava con le braccia protese per
accorgersi in tempo di chi, all'improvviso, usciva dagli scompartimenti.
Nei pressi di Novara, il fondale offriva un paesaggio completamente diverso da quello del
paese da cui partivo, Gravellona è in mezzo alle montagne, Novara è in mezzo ad una tavola.
E' collegato, lo chiamo e mi presento.
Mi saluta e dice di aver trovato un vecchio elenco telefonico dal quale ha ricavato il nome
dell'utente corrispondente al numero che gli ho fornito, gli riferisco di aver tentato la
medesima strada senza però successo.
Lo digita insieme al numero attuale dicendomi anche di conoscere personalmente la persona che
cerco e che è un suo coetaneo, un certo Stefanelli, 1962, l'anno che ha visto nascere anche me,
lo dico al mio interlocutore elettronico, guarda caso oggi è il suo compleanno, forse proprio
questo lo rende d'animo particolarmente disponibile.
Sono più vecchio io, gli scrivo, sono nato sei mesi prima, gli faccio gli auguri e mi congedo,
non prima di acconsentire ad un suo desiderio, lo devo rendere partecipe dell'epilogo della
faccenda.
drè a ciapà su sass". Così lo prendevo in giro, con il padre condivideva la passione di
raccogliere minerali e cristalli. Su uno scaffale a vetri, nel salone di casa sua, faceva mostra
di se, una suggestiva raccolta.
C'è un disegnatore veneto, bravissimo a disegnare luoghi e situazioni, zeppi di indaffaratissime
formichine, decine di simpatici insetti, in multiformi fogge, riempiono le tavole.
Stefano faceva, già allora, la medesima cosa.
Disegnava, ad esempio, una cava, e minuscoli omini riempivano il foglio, uno sulla ruspa e uno
da indicazioni ad un gruista; uno e pronto a far esplodere una carica di dinamite, un'altro da
istruzioni agli altri per mettersi al riparo.
Disegnava un villaggio medioevale: uno strillava fuori dalla bottega, un'altro inseguiva una
pulzella; un bimbo accarezza un cagnolino; una donna sbatte il tappeto fuorio dalla finestra.
Non la smettevo mai di inerpicarmi in mezzo ai tratti di biro di quel compagno di banco.
annoiata e distratta, la voce di chi, quando si è fatta sera, ha risposto già mille volte
attraverso una cornetta.
Dico chi sono e racconto gli avvenimenti dandogli una data approssimativa del mio arrivo.
decido di raggiungere i luoghi che mi videro crescere.
Un ultimo sguardo ai cavi della funivia, su fino al cucuzzolo dove è annidata la stazione alta,
estremità accolta dal Virgolo e il treno muove nuovamente verso sud.
Cambio a Bologna, inseguo il sole verso Milano da dove, il treno, prende a sferragliare verso
nord.
Più volte mi sono ritrovato nel piazzale antistante la stazione di Verbania e spesso vi sono
giunto in età adulta, in ogni occasione però, noto la differenza percepita delle sue dimensioni,
da bambino mi sembrava gigantesco, nella realtà un autobus a fatica riesce a farci manovra.
Era la meta, quando raggiungevamo il vicino lido dove si andava a fare il bagno.
Lungo la scarpata che dalla ferrovia degrada fino a bagnarsi nel piccolo e quasi magico
lago di Mergozzo, vi erano piccole piazzole dalle dimensioni appena sufficienti ad accogliere
due piedi, da li ci si tuffava, a seconda della perizia, o dell'incoscienza, si sceglieva
l'altezza.
Incoscienti, a pensarci ora, io e il Luigi, saltavamo dalla più alta, molti lo facevano ma
pochi a testa in giù come noi, soprattutto fra i più piccoli; a carponi in alcuni tratti si
giungeva in cima, si guardava il lago con le dita dei piedi che si muovevano senza pace,
autonomamente, alla ricerca della migliore stabilità e, come i tuffatori della Quebrada ad
Acapulco, dopo qualche rituale, profondo respiro, ci si lanciava.
Bisognava fare attenzione ad allontanarsi il più possibile dal declivio, capitava spesso che
qualcuno strofinasse con le gambe i ciotoli appena sotto il pelo dell'acqua.
Si raggiungeva il lago in autostop, per sfruttare maggiormente il pomeriggio, il ritorno
lo facevamo in autobus, per non rischiare di chiedere passaggi fino a tarda sera anche se,
di quando in quando, capitava.
Ora vivo vicino al mare, che adoro, ma il ricordo degli asciugamani distesi sull'erba che
arriva fino all'acqua, è dolcissimo.
Telefono a Luigi, gli spiego il motivo dell'improvvisata e, inutile a dirlo, sarò suo ospite
fino a che rimarrò in zona.
- Tra mezz'ora sono da te. Mi risponde.
Vive a Ornavasso, in linea d'aria a pochissimi chilometri dalla stazione, ma le anse del Toce,
allungano di molto la strada.
Telefono anche a Giovanni dicendogli che sono arrivato e che l'indomani lo richiamerò per un
incontro.
Lascio i bagagli al bar e passo il tempo in attesa di Luigi andando a fare due passi verso il
lido dei tuffi, la passeggiata mi riporta a Jonathan e a Fletcher, a quell'epoca che vide me,
come loro , effettuare i primi voli, le piazzole sulla scarpata mi permettevano i loro medesimi
virtuosismi.
Luigi arriva e come ad ogni occasione, i singhiozzi di pianto non gli permettono di proferir
parola ed io piango con lui.
I ricordi degli anni giovanili fanno ressa sulla porta della memoria, spalla a spalla cercano
di uscire tutti insieme, il groppo alla gola restringe l'apertura.
- O capitano. Mio capitano.
I "dispresi" che facevamo da ragazzi mi portavano ad immaginare il deposito di legnami di
Via Paal.
Compivamo gesti terribili, oggi mi tratterrei a stento per non riempire di sberloni un bocia
che ne eseguisse di analoghi.
- Luigi, ricordi quando stavano costruendo il mobilificio dietro casa, a Gravellona?
- Che bastardi, eh!
Nel cantiere, quando avanzava del cemento già impastato, ancora fresco,lo usavamo per fare
atroci scherzi. Riempivamo le scarpe da lavoro, lasciate a fine turno dai muratori, di quel
calcestruzzo, mettendone un po' anche sotto la suola, usando come sostegno il manico di un
badile, incastravamo, trovando un punto d'appoggio a terra, le calzature sulle pareti appena
intonacate, ridendo come matti, immaginavamo gli operai, il giorno successivo, mentre
toglievano la pala e si ritrovavano le scarpe incollate al centro della parete.
Allora, queste cose, ci divertivano, oggi a raccontarlo, l'alzarsi degli angoli delle labbra
che comunque avviene, si accompagna ad un piccolo senso di colpa che però non ci toglie il
gusto di raccontarcelo per l'ennesima volta.
- A bologna, due giorni fa. Rispondo. Sul banco di un ambulante.
- Due giorni fa anche io ero in viaggio, da Firenze ho raggiunto Bologna, dove sono sceso per
alcuni affari. Passeggiando mi sono fermato ad una bancarella, ho chiesto al rivenditore se
accettava uno scambio, il libro che avevo appena ultimato con uno che mi interessava e che
era in suo possesso. Ha accettato, con l'aggiunta di un paio di Euro è avvenuta la piccola
transazione.
- Allora ho comprato, proprio quel giorno, il libro da lei lasciato. Lo sa che sono quasi
impazzito cercando di decifrare una frase scritta a matita?
- Non ricordo, di quale frase si tratta?
- Ma guarda un po'. Questa è la frase origine del mio desiderio di contattarla.
- Eh si! L'ho scritta in treno, dopo che, alzando per un attimo, lo sguardo dal libro, nel
corridoio è passata una persona che mi è sembrato di rico... no... sce... re
Smette all'improvviso di parlare, quasi con affanno.
- ...mi scusi, come ha detto di chiamarsi?
- Rossi. Mario Rossi. Rispondo parodiando il personaggio di Flemming.
- Mario Rossi! Quel... Mario Rossi. Quel Mario Rossi che frequentava il liceo artistico di
Novara?
- Si! E' la scuola che ho frequentato per un breve periodo, un secolo fa ormai.
- Non ci posso credere. E' proprio te che ho pensato di riconoscere fuori dal mio scopartimento,
ora capisco anche il perché non mi tornava in mente il tuo nome, sono passati forse...trent'anni?
- ...e tu sei Paolo? Quel Paolo? Quello appassionato di cave, miniere e sassi?
Che scemo che sono. Stefanelli Paolo, per scherzare lo chiamavo Paonelli Stefano e come Stefano
aveva occupato la mia memoria
- Già, sono proprio io.
- Ma guarda un po'!
APRITI SESAMO per Antonietta

Il foglio di cinquanta centimetri per settanta, si preleva dalla risma posata su
una tavola, la raggiungi salendo su una pedana che arriva all'altezza degli stinchi.
Lo alzi, lo sventoli un poco per separarlo dagli altri, lo fai scorrere verso
sinistra su uno scivolo sul quale, un piccolo rilievo regolabile, fa da appoggio
e squadra.
Nel frattempo, una serie di pinze, poste sulla lunghezza di un cilindro rivestito di
carta, si apre e imprigiona il foglio.
Il cilindro, ruotando sul proprio asse, preme il foglio sulla forma posta su un
carrello che si muove assecondando il movimento del cilindro permettendo la stampa.
Dietro la macchina, su alcune bacchette di legno, si posa il foglio guidato da spaghi
che come un ventaglio si va a posare su quelli già stampati.
Maestra, è quello spessore di carta che riveste il cilindro mentre la forma è lo
stampo che si realizza accostando e allineando i caratteri mobili fino a formare
parole e periodi che danno vita a volantini e manifesti.
Bidibim!
Bidibam!
Fogli bianchi sopra, fogli stampati sotto, magica realizzazione frutto del lavoro del
tipografo.
Una macchina da stampa più piccola, pedalina si chiama, in quanto prima dell'avvento
dei motori veniva azionata da un pedale, era il cuore delle vecchie tipografie.
La forma si posizionava verticalmente e il piano di stampa va e viene, vi poni un foglio,
va, stampa e torna e, va, stampa e... via così, per ore e ore.
Macchine affascinanti che un ragazzino vedeva quando accompagnava il padre. Consegnava
realizzazioni grafiche disegnate durante la notte, per lui un secondo lavoro che non
l'ha certamente reso ricco.
Disegnava utilizzando carta, matita e china oggetti oggi sostituiti da tastiera, mouse
e monitor.
Mentre il padre parlava con il titolare, il ragazzino si affascinava a guardare
l'operaio chino sulla "stella", versione moderna e automatica della pedalina..
La "stella", altra magica macchina, premi un bottone che attiva una aspirazione d'aria
in una serie di fori su un tubo che assomiglia ad un flauto.
Tac!
Il foglio attratto dall'aria si attacca, una pinza lo preleva e lo fa ruotare
in macchina.
Al centro della macchina, un pomello sull'estremità di un'asta, è ben serrato nel palmo
di chi ci lavora, viene tirato e la macchina va in pressione permettendo la stampa.
Le pinze continuano a ruotare, una preleva, stampa e posa un foglio, mentre l'altra fa
lo stesso con il successivo.
Con il tempo anche quel ragazzino userà quel pomello insieme alla leva di comando,
sono comodi appoggi come il piede sinistro spinto contro il ginocchio destro, durante le
ore di lavoro, come un timoniere al comando di una nave.
Che fascino esercitavano queste macchine su quel ragazzino.
Tutto questo si trovava in una stanza alla quale si accedeva direttamente dalla strada.
A sinistra, in quel locale, una porta dava ad un cortile interno, un'altra conduceva
in un ambiente dove trovavano posto il bancone di composizione e il tagliacarte.
Il bancone, sotto al ripiano di lavoro, accoglieva una serie di bassi cassetti
sovrapposti. Ogni foggia e ogni misura di lettere è contenuta in quegli scrigni.
Ogni lettera ha un suo posto, così come ogni simbolo di punteggiatura e ogni spessore
utile a distanziare le parole e a riempire le righe.
Pollice e indice, entrando nello scomparto, prelevano una lettera e la dispongono nel
compositoio, così son nati giornali, libri ed enciclopedie, biglietti da visita e
corrispondenza, cartoncini d'invito e d'auguri.
Un giorno, quel ragazzo, entra in quella bottega e chiede di imparare quell'arte, non gli
interessa essere retribuito, desidera solo essere messo a parte dei segreti che
permettono di comunicare stampando.
Peppino è il titolare e da subito gli offre i rudimenti dell'arte.
Tra le prime cose da imparare vi sono le misure tipografiche, non si basano sul
sistema decimale ma duodecimale, derivando dal sistema metrico anglosassone.
Uno dei primi incarichi che viene affidato al ragazzo, è la sistemazione di tutte le
lettere cadute da una cassa scivolata fuori dalle guide. L'insegnamento più comodo che
da subito ne trae è che bisogna appoggiare il cassetto che si va ad utilizzare sopra
quello sottostante dopo averlo aperto un poco.
Il ragazzino prende quel marasma di lettere contenute in una scatola e se lo porta a
casa.
Per un tipografo è un'incombenza analoga ad una punizione, per il ragazzo, un dono, la
possibilità di di poter accedere ad un segreto.
Gotico corpo sei, occhio quattro. Centinaia, migliaia di pezzetti di piombo poco più
grandi di un millimetro, per il ragazzo, le lettere in carattere gotico sono quasi
indistinguibili, soprattutto le maiuscole, dopo parecchio tempo, confezionando tanti
piccoli pacchettini, uno per simbolo, riesce nell'intento.
Antonietta, la moglie di Peppino, ha un bel pancione, tra non molto darà alla luce Giovanna.
Cucina anche per lui, il ragazzo non si allontana dalla tipografia nemmeno a pranzo e
non è certamente una costrizione, anzi, la tipografia diventa parte di lui e lui parte
di essa.
Peppino è un maestro, per quanto di pochi anni più grande, un adulto, il capo, lo sciamano
che l'accompagnerà nel mondo delle parole stampate.
Il primo periodo che il ragazzo passerà in quella tipografia, durerà pochi mesi, la
passione, la voglia di apprendere e l'amore del maestro lo porteranno presto ad
affrancarsi.
Pochi mesi durante i quali condivideranno avvenimenti, pranzi, cene, concerti e bagni
al mare.
Peppino e Antonietta non sono semplicemente i datori di lavoro, sono i custodi dei
segreti di un'arte che permeerà la vita, tutta la vita, di quell'apprendista, sono gli zii,
i fratelli più grandi, la famiglia.
La stampa oggi è cambiata, la tipografia è obsoleta e poco redditizia, quel ragazzino fa
altre cose ma è rimasto nel mondo della stampa ed utilizza ancora quelle macchine, quei riti,
quelle magie.
Peppino e Antonietta sono stati e saranno sempre coloro che gli hanno rivelato
"L'apriti Sesamo" dell'antro della stampa.






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