La merla
Fa freddo e come un bussolotto della posta pneumatica, vengo infilato nel tubo della vita. Da qualche parte mi porterà nelle prossime ore, conosco solo la direzione che, pur essendo scritta sul biglietto, mi è completamente aliena. Minturno, provincia di Latina, una provincia che mi nota solamente in quanto studiata a scuola; del paese, le sole cose che mi è sono state riferite, sono che mio padre ci si è trasferito da poco e che si trova vicino al mare. 
Mancavano poco meno di due mesi al mio prossimo compleanno. Saranno sedici il primo giorno della merla. I tre giorni più freddi d’inverno, iniziavano con il disegnare piccole sagome di carta che rappresentavano una merla. E’ necessaria una forbice per ritagliarla, a scuola si trovavano di un modello dedicato ai bambini, le estremità erano arrotondate e gli occhi colorati. Grande spasso era attaccare quelle figure sulle spalle di ignari compagni. Frequentavo il primo anno di liceo, non era assolutamente previsto che lo abbandonassi, l’epoca delle merle da attaccare era per me ormai passato ma nemmeno avrei potuto, da lì a poco, dedicarmi a quel fanciullesco sollazzo.
Giungo a Milano, devo cambiare treno. La stazione già la conosco, ci si passava quando, da Gravellona, si partiva per andare a trovare i nonni a Bolzano. La sua enormità, invece, produce sensazioni che ogni volta si rinnovano. Le sue volte d’acciaio e vetro, sono tanto alte che sembra di essere all’interno di una collina, quello che vedo è la parte interna della sua superficie.
Non ricordo come, però trovo il treno che quando parte, dapprima volta verso est poi, arrivato a Bologna, si rovescerà inesorabilmente verso sud, nel mio viaggio di migrante al contrario.
Affacciandomi agli scompartimenti, cerco posti vicino a donne e persone anziane, per potermi sedere con maggiore sicurezza, la presenza di questa categoria di persone mi permette di pensare che potrò anche addormen- tarmi.
Non ricordo assolutamente come ero vestito, com’era la valigia e cosa di esclusivemente mio avevo appresso. Solo un oggetto ho in tasca, realizzato appositamente da tenere come ricordo, conscio come ero, di aver lasciato per sempre a Gravellona i miei primi, quasi sedici anni. Si tratta di una cassetta registrata, sul suo nastro magnetico, io e il Luigino abbiamo impresso, rutti e risate.
Il giorno prima di partire, il pomeriggio d’addio, lo trascorriamo mangiando formaggio nostrano accompagnato da pane al malto che veniva prodotto dal panettiere presso cui, la famiglia Bragagna, si riforniva; si trovava “di la del ponte”, a fianco a S. Pietro, la chiesa del patrono. La birra anche era presente, tanta birra. Sul tavolo cibo, bevande e il registratore, unico testimone dell’avvenimento, gira e registra le nostre voci e le rumorose emissioni gutturali, conseguenza del bere la frizzante bevanda, calda per di più.
Luigi è l’unico amico al quale confido quella mia, improvvisa, prossima partenza; nei nostri discorsi non mancano previsioni di lavoro che ci vedranno sicuramente soci. Apriremo un ristorante o, in alternativa, compreremo un TIR per portare merci in giro per il mondo. Pioniere in avanscoperta, preparerò il terreno per un, quasi sicuro, prossimo viaggio del Luigino, che nel frattempo si preparerà per raggiungermi.
Nei miei ricordi permangono i volti di tanti coetanei che ho lasciato a Gravellona Toce. Spesso riemergono le giornate passate con loro, le scorribande per il paese e le sue frazioni, a combinar “dispresi”; sono parte integrante di una parte della mia vita, mi torna spesso in mente, quel terzo della somma dei miei anni.
Sfoglio volentieri il diario di quei giorni, sulle sue pagine sono presenti volti e nomi associati ad avvenimeti, alcuni dei quelli hanno lasciato solo’limpron-ta, un rettangolo più chiaro lascia ad intendere che in quel punto, vi era attaccato qualcosa. Lo consulto volentieri, quando, di tanto in tanto, entro nella stanza dei ricordi e lo trovo tra i barattoli della memoria.
Quando qualcosa mi fa tornare in mente, da chi era occupata quella sbiadita parte di foglio, mi alzo in punta di piedi, mi aggrappo allo scaffale e trovo, sulla tavola, sommerse dalla polvere, le fotografie che, la memoria allentata, ha fatto scollare e che, sollevando l’album, sono scivolate fuori. Le raccolgo e le spolvero; sfoglio le pagine alla ricerca di quella giusta per ognuna di loro.
Facebook viene spesso snobbato, io lo considero uno strumento come altri, e come per ogni strumento, dipende dall’utilizzo, verificarne la bontà, anche una benda che si utilizza per medicare la si può utilizzare per togliere il respiro. Sto utlizzando Facebook per trovare le giuste pagine sulle quali incollare nuovamente, tutte quelle fotografie che, scovate sugli scaffali, avevo riposto alla rinfusa in barattoli senza etichetta. Con questo strumento di internet, sto cercando gli ex compagni che, ho lasciato tutti nel medesimo istante con un unico biglietto di treno. Questa ricerca è tesa a svuotare in modo considerevole, una parte dell’animo triste per quell’abbandono, in quanto grande ruolo hanno nei miei ricordi.
Ovviamente così non sarà stato per tutti quei compagni che ho lasciato, la mia singola assenza sarà subitamente stata rimpiazzata dalla compagnia reciproca che si sono fatti coloro che sono rimasti e, come ho scoperto da poco, sono tantissimi.
Qualcuno, a sua volta, riguardando fotografie dell’epoca, legherà quel ragazzo mingherlino, con gli occhiali più grandi del volto, a qualche particolare momento, ad una scazzottata o a battaglie fatte con i sassi e con grumi di terra.
Ho telefonato al Pinuccio, così lo si chiamava allora e, contattando Davide Giolzetti, sono riuscito a trovare anche Piero, suo padre e mio amico d’allora.
Il silenzio al mio annunciarmi per telefono, e gli enormi punti interrogativi che sono scaturiti dalle loro teste, tanto che li ho visti da qua, confermano alcune di queste mie riflessioni, sono sicuro, altresì, d’aver scatenato anche in loro, una ridda di ricordi che li accompagnerà nei prossimi giorni.
Luigi è uno dei pochi che ho rivisto da allora, raramente sono tornato a Gravellona in vacanza e, anche se ho vissuto a Ornavasso per circa un’anno, la prossimità di tempo dacché sono partito, non aveva ancora generato la nostalgia necessaria a dare un giusto valore a quei compagni. Di Luigi ne ho colma la memoria; ore, giorni, mesi e anni, sempre insieme tranne che a scuola, ci avevano messo in sezioni separate e non so quanto fosse stata casuale questa nostra forzata separazione, l’unica forse, oltre alle ore notturne.
Altri compagni hanno un volto al quale ricollego i nomi e cognomi, molti, invece, sono composti da lettere dondolanti, appese ad un filo, rischiano continuamente di cadere nell’oblio.
Giuseppe Esposito non posso non ricordarlo, ha un cognome molto diffuso dove vivo ora e a Napoli, la città natale di Silvana, spesso mi è capitato di incontrare suoi omonimi, oppure di incontrare alcuni Ciro. Il nome di suo padre che probabilmente, aveva intuito quanto fossi malandrino. Con me era sempre piuttosto burbero, lo ricordo come un uomo anziano, nonostante allora avesse poco più di trent’anni. Ogni volta che incontro un Esposito, utilizzo il loro ricordo come gioco mnemonico, utile a posizionare, nella memoria, dati utili. La mamma non so più come si chiamasse, era però una bella donna, la madre a sua volta, viveva in un vecchio caseggiato in corso Marconi, dove allora era la periferia esterna di Gravellona. Cinzia, la sorella di Pinuccio, di qualche anno più piccola di me, era del tipo di “donna” che ancora oggi preferisco, capelli neri, carnagione scura, la classica donna mediterranea, della quale categoria, dopotutto, la mia Silvi, è degna rappresentante.
Allora possedevo una Graziella, o una bicicletta analoga, era un modello molto diffuso in quegli anni, anche se era molto faticoso farla procedere, soprattutto in salita, mancando di rapporti tra i pedali e la ruota, che ne facilitassero la pedalata; al centro della canna, appena davanti ai pedali, aveva uno snodo che ne permetteva il ripiegamento, io ci pedalavo con lo snodo sganciato cosicché, pedalando, il manubrio invece di trovarsi di fronte, si posizionava di lato, sulla sinistra, era necessario un minimo di destrezza altrimenti i capitomboli, diventavano inevitabili. In una delle corse lungo la discesa dietro casa, Cinzia era seduta dietro, su quello che era una sorta di portapacchi, lei si attaccava alla sella e teneva le gambe tese e allargate per non toccare terra, all’improvviso, non ricordo se per mia imperizia e se per un suo impellente desiderio di scendere, cadde pancia a terra. Poche parti delle braccia e delle gambe non si grattuggiarono sull’asfalto, ma a subire i danni più seri, fu la parte inferiore del mento, se ricordo bene, fu necessaria l’applicazione di alcuni punti di sutura; fatto sta che la presi in braccio per portarla verso casa, fino a che un adulto mi alleggerì da quella faticosa incombenza, seguii entrambi fino al palazzo dove vivevamo e dove già erano radunati tutti i bambini che da lontano si erano accorti dell’avvenimento, qualcuno di loro andò ad avvertire i genitori.
Immaginate l’espressione del padre, vedendo la figlia con il volto e le mani coperte di sangue, dapprima si raggelò, subito dopo, dal balcone su cui si trovava, cominciò ad urlare chiedendo chi fosse il responsabile di tale misfatto. Ovviamente mi feci avanti cercando di addurre tutte le motivazioni che ritenevo mi avrebbero scagionato dalle grandi colpe che mi venivano attribuite. Cosa esattamente mi disse, non lo ricordo, però con i miei fratelli spesso rammentiamo che mi urlò un agguerrito: - Macaco!
Pino l’ho sentito ultimamente, di Cinzia chiederò nei prossimi giorni.
Piero era un ragazzo, molto tranquillo. Ricordo il giorno in cui entrò a far parte della mia classe, veniva, se non mi sbaglio, dalla Val Vigezzo, chiederò. In questi giorni stavo cercando di riappioppargli il cognome da me perduto, ma in continuazione mi sfuggiva. Le lettere che lo compongono, dondolano molto forte, ricordo solo che era poco o per niente presente, fra le mie conoscenze di allora a Gravellona. Cercando su facebook, tra le persone componenti un gruppo di iscritti, formatosi tra gravellonesi, compare: Davide Giolzetti. Ecco qual è il cognome di Piero, Giolzetti. Faccio il tipografo son trent’anni ormai e ho composto forme per decine di migliaia di biglietti da visita, mai che mi sia capitato di comporre questo cognome.
Quante cose si sono fermate al nord, nel correre dietro al mio vivere.
Qui, dove vivo ora, ci sono i gabbiani e i cormorani, tra le cose lasciate lassù, c’è anche la merla, dopotutto qui, non ci sono nemmeno tutti quei camini che hanno l’anno resa di colore nero.





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