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ADRENALINA

by maxtraetto (29/04/2009 - 13:37)


 

In una scodellina di plastica rosa, versava due o tre cucchiaiate di una polvere verdino chiaro, vi aggiungeva dell’acqua e con una palettina rimestava fino ad ottenere una semiliquida gelatina che versava in una specie di ferro di cavallo con un manico dalla parte dell’ansa.
- Apri la bocca! Diceva il signor Minazzi, e vi infilava quell’aggeggio gocciolante premendolo sui denti.
- Chiudi e stringi. Aggiungeva. Fino a quando ti dico di aprire di nuovo.
A volte avevo l’impressione di soffocare, non avendo più abbastanza posto nello stampo che si andava occupando dai denti, quella gelativa ne cercava altro colando giù per la gola.
Chiacchierava e, ogni tanto, controllava l’orologio; passato il tempo che riteneva sufficiente, ripeteva.
- Apri la bocca!
Afferrava l’aggeggio per l’impugnatura e tentava di tirarlo però la gelatina, solidificandosi, prendeva l’impronta dei denti e vi si infilava in mezzo, tanto che avevo l’impressione volesse estrarmeli tutti contemporaneamente.
Gli incisivi superiori, già sporgenti di loro iniziativa, allentati da un forte colpo al ginocchio destro, decisero di prendere maggiore aria e per farlo, all’avvenuto riconsolidamento delle gengive, dopo alcuni dondolanti giorni, si vollero piazzare in una posizione maggiormente avanzata.
Colui che aveva avuto il compito di riportarli, senza tanti scrupoli, all’interno della bocca, si chiamava appunto Minazzi. Era molto grosso, e con il suo superbo buzzo, faticosamente riusciva a starmi vicino anche perché il suo non era un vero e proprio studio, anzi non lo era per niente, datosi che si trattava del tinello di casa sua, quindi non era presente la classica poltrona da dentista, bensì una normalissima sedia dalla seduta impagliata. Un’altra cosa gli rendeva difficili i movimenti, era affetto da un’asma che cercava di alleviare continuamente con un antistaminico che inalava da uno tubicino spry, rovesciato, se lo premeva all’interno delle fauci. Ciò avveniva, soprattutto dopo uno sforzo e, l’estrazione dello stampo dai denti, evidentemente, lo era.
Un ragno dal corpo rosa trasparente con tante zampe unite tra loro da un filo d’acciaio, era l’apparecchio che aveva l’ostinato compito, di riportare in una, non solo esteticamente buona posizione, quei due incisivi strafottenti.
Si trattava di una vera tortura, soprattutto quando, saltuariamente, me lo estraeva e, con un chiodino, faceva ruotare una piccola vite che ne aumentava la tensione.
Però, un fatto piacevole accompagnava le giornate dall’odontotecnico, generalmente, quando ci andavo, lo facevo in compagnia del Luigino, anche lui sottoposto al mio medesimo supplizio. Era piacevole, non solo in quanto quella tortura era condivisa con il mio migliore amico, ma soprattutto perché, sia che fossimo accompagnati dai miei genitori che dai suoi, noi due dopo le torture, avevamo un po’ di tempo per bighellonare tra i vicoli di Cavandone, un piccolo paese sui monti alle spalle di Verbania. Ce ne andavamo in giro mentre gli adulti chiacchieravano.
Ci manco da decine di anni, ricordo che era un paese veramente piccolo, con vicoli stretti e le case attaccate tra loro.
Eravamo alla costante ricerca di un punto dal quale si potesse salire sui tetti, ci divertivamo parecchio, una volta lassù, a passare da un tetto all’altro, sotto i nostri piedi tegole di coccio e beole, divenivano un estremo percorso per riempire d’avventura alcuni pomeriggi.
Non c’era soffitta che non ospitasse una nostra visita, bastava un abbaino aperto e lo si varcava alla ricerca di cose su cui orientare la nostra estrema curiosità.
Non rubavamo ne rompevamo alcunché, consapevoli di trovarci nel sottotetto di una casa abitata, ci si muoveva come gatti per il solo gusto di curiosare e dal meno innocente piacere dato dall’adrenalina che, copiosa, invadeva le nostre vene.
Durante una di queste scorrerie, dopo aver camminato sul vertice di un tetto, con un piede su uno spiovente e l’altro su quello opposto, raggiunsi una finestra sul davanzale della quale, mi andai a sedere. Luigi che ovviamente mi seguiva leggermente distante per non camminare sulle stesse tegole, giunto vicino a me, si stava preparando a saltare all’interno della casa. Feci giusto in tempo a fermarlo; all’interno dell’abitazione, l’impiantito corrispondente alla finestra sulla quale sedevo, era decisamente malridotto, nella parte centrale era completamente assente, tanto che se ne vedevano le macerie, due piani più sotto.
Ci mettemmo a ridere consapevoli che quelle risate volevano dire:
- Porca vacca! Ne stavamo combinando un’altra. Ci è andata proprio bene.
Per arrivare a Cavandone, bisognava percorrere una strada piena di curve e, soprattutto, completamente in salita.
In una di quelle giornate, ci portammo appresso i pattini a rotelle.
Lo scopo era quello di utilizzarli per percorrere quella strada a tutta velocità. Seduti sui talloni, quelle otto rotelle, ci permettevano di correre in modo pazzesco. Ci venne in mente, in quanto, già facevamo qualcosa di simile, però sulla strada che da Casale Corte Cerro scende fino a Gravellona. Andavamo talmente veloce che in più di un’occasione ci si è spezzata la catena. Tenendo conto che le nostre erano quasi sempre completamente prive di freni, si capisce perché le nostre scarpe presentavano profondi solchi sulle suole. Certe volte la frenata si imponeva così improvvisa e necessariamente potente che ancora vivo la sensazione di bruciore nella  parte inferiore del piede, tanto forte da rendere necessario alternare la frenata tra la ruota anteriore e quella posteriore. Bisognava far  riposare quella parte di piede che pareva ardere, così forte era il premere su quelle ruote che vorticosamente giravano per riportarci a valle.
La velocità ci piaceva da impazzire, tutto era buono per raggiungerla, anche i tuffi nel lago o nello Strona ci davano la tanto cercata sensazione, perciò ci si tuffava da punti sempre più elevati.
A piedi o in autostop, si raggiungeva Crusinallo fino ad arrivare in punto in cui si potesse scendere nel torrente. Una volta nella corrente, completamente vestiti, ci sedevamo piedi in avanti e ci si lasciava trascinare dall’acqua, velocissima voleva raggiungere il Toce. Tutti i sassi ospitati dal torrente, piccoli, medi ed enormi, così come cercavano di rallentare la frenetica corsa del gelato e trasparente liquido, con altrettanta insistenza, tentavano di frenare, colpendoli dappertutto, quei due scapestrati ragazzini.
Dopo quello che sembrava un tempo senza fine, con il fiatone ed un’enorme spossatezza, si giungeva sotto al ponte in prossimità del cortile ai piedi del palazzo dove viveva Luigi e si usciva, veramente stremati, dall’acqua.
La camminata fino al punto di partenza, e la lotta con la corrente per rimanere ritti e, soprattutto, abbastanza fuori da essa per respirare, ci rendeva talmente stanchi da non avere abbastanza energie per contarci, reciprocamente, i lividi.
Un altro modo per raggiungere la velocità sempre ricercata, era quella ottenuta costruendo slitte, anche con materiali di fortuna, oppure, recuperando cartoni al mercato, di quelli utilizzati per confezionare le camicie, per scendere lungo i prati innevati di Pedemonte. Ci sedevamo su quella sottile cortina e si scendeva scivolando anche sul fondo ghiacciato della roggia; irto di spunzoni gelati che ne rivestivano il fondo, correva sotto casa.
Quest’ultimo metodo lo si utilizzava anche d’estate per scendere lungo i prati, rivestiti dall’erba divenivano altrettanto scivolosi.
Questo era un altro buon metodo per colorare di blu le nostre terga e non solo. In una di queste occasioni, con noi c’era Pinuccio. Divenne vittima di una scheggia di vetro nascosta tra i fili verdi, divenne anche quella, l’occasione per vedere all’opera un medico nell’atto del suturare.

 

 

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