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Nota a margine

by maxtraetto (11/03/2008 - 19:56)


   
Che non si tratti di un anello cinematografico, il paesaggio che si vede dal finestrino,
è meravigliosamente evidente.
Il fiume, ora a destra, ora a sinistra del treno, corre parallelo all'autostrada e alla
statale.
Passando su ponti e viadotti, il fiume, creatura naturale, pare intrecciarsi all'infinito
con le strisce che l'uomo ha posto sul fondovalle.
Il panorama, alzando lo sguardo dal libro, all'inizio è confuso e offuscato, il cielo è
terso, l'aria limpida ma l'astigmatismo che si sta aggravando, mi obbliga a soffermarmi
alcuni istanti su ogni particolare, prima di coglierne bene i contorni.
Lo stesso succede quando, dall'esterno del treno, l'attenzione si posa nuovamente sulla
pagina, dove un mucchietto di macchioline, piano, piano, ridiventano lettere, parole,
frasi.
A margine, scritto a matita, con grafia terribile, indistinguibile, vi è scritto qualcosa,
faccio fatica a leggere a causa della scarsa qualità della mia vista quei tratti, così
malamente premuti con punta di lapis.
"po'",alla fine della corta frase, è l'unica sillaba che riconosco da subito, il resto
diventa intelligibile solo dopo vari tentativi che, una volta interpretati quei segni, mi
fanno sentire un "po'" cretino per la loro semplicità.
Ma guarda un po'.
La prima impressione è che a scrivere quelle parole, sia stata una persona incazzata,
nervosa quanto meno.
Un libro acquistato su una bancarella ambulante mi ha offerto questo enigma che comunque,
per ora, non mi porta da nessuna parte.
Dal finestrino, le montagne, da bianco calcareo si fanno rosa, il tramonto aiuta molto il
tinteggiarsi serale delle Dolomiti .
Ora, siamo in Alto Adige. Sulla destra, su un piccolo monte all'ingresso di una valle,
si nota un castello, non ricordo il nome, nella mia memoria però è sempre presente, fa
parte di quella memoria che mi riporta ai medesimi viaggi fatti da ragazzo.
Sono le pagine di un libro letto e riletto, dove un certo Fletcher è il gabbiano co-prota_
gonista della storia, Jonathan, il gabbiano fulcro della storia, mi piace molto, ma Fletcher
lo sento amico, più vicino a me.
Un numero di telefono è scritto, stavolta a penna e in modo molto leggibile, a piè di pagina,
la sua presenza già si nota dalla tonsura, anche io adotto questo sistema nello scrivere
annotazioni sulle pagine, arrivo scrivendo, fino all'orlo cosicché, sfogliando, le ritrovo
agevolmente.
Il prefisso mi è familiare e attira la mia attenzione; un tomo proveniente da una bancarella
di Bologna, riporta un numero telefonico della zona del Piemonte dove sono cresciuto e lo
sto leggendo viaggiando su un treno che mi conduce alla città che vide i miei natali, a ben
quattrocento chilometri di distanza.
Arrivato a Bolzano, la prima cosa che faccio è chiamare da un telefono pubblico, il numero
del piemonte trovato tra voli di gabbiani.
Una voce che di naturale ha ben poco, mi informa che il numero è inesistente; vabbè!
Prendo la "Sasa", così chiamo gli autobus di Bolzano perché da bambino, l'azienda che gestiva
i trasporti, utilizzava questo acrostico e, quando un luogo lo rivedi molto saltuariamente,
vive per il tempo che si trascorre lì. Il tempo trascorso tra due visite rallenta fino quasi
a fermarsi, tutto pare essere come lo si vide in occasione dell'ultima visita.
Arrivato all'incrocio con via Torino scendo, a piedi mi piace ripercorrere tutta la strada
fino a giù, a via Milano; a poca distanza una dall'altre ancora ci sono le case dove venivo
accolto dalle nonne e non posso fare a meno di andarle a guardare.
I bagagli sono pesanti ma non più degli anni che riconosco essere passati sulle mie spalle.
Incantato guardo gli angoli, le case, gli incroci; mi sento sgambettare con il doppio passo,
ora su un piede, ora sull'altro, mentre da casa di nonna Afrodite vado a casa di nonna Carla.
Un clacson. Sembra l'avvertimento ad un macchinista di teatro che, ad una magica velocità,
cambia le quinte sul palcoscenico e ritorno quarantaseienne con valige e stanchezza appresso.
Passano alcuni giorni e quel numero letto sul libro, mi investe nuovamente, con uno di quei
vuoti di stomaco che senti quando ti torna a mente qualcosa di importante, che dopo averla
dimenticata, non sai se  potrai porvi rimedio.
Cerco un posto con telefono pubblico, uno di quelli con tutti gli elenchi telefonici, così da
poter individuare almeno la provenienza approssimativa di quello trovato con Jonathan.
Attira la mia attenzione un tipo con un gomito appoggiato al bancone mentre con la mano destra
didegna un ampio cerchio nell'aria che improvvisamente chiude, come se le labbra sulle quali
va a posare la sigaretta si trovassero all'improvviso e par caso sulla sua traiettoria.
Fa sporgere il labbro inferiore fino ad avvolgere quello superiore, dalla fessura fa uscire
una fascia di fumo bianca e densa, evidentemente non inspirata, gli fa chiudere gli occhi.
Con l'aria di chi è convinto di trovarsi in un luogo dove è sempre atteso, ordina:
- Il solito.
Sorseggia il caffè, si aggiusta la giacca intorno alle braccia che non vi sono infilate, si
volta e dopo alcuni passi si ferma a gambe larghe in mezzo alla porta, ondeggiando lentamente,
prima sulla punta dei piedi, dopo poco, sui talloni, guarda fuori. Mi avvicino con l'intento
di chiedergli dove trovare degli elenchi telefonici.
Due persone si avvicinano e lui, con una veronica da provetto torero si scansa e le fa passare.
Mi risponde dicendo di domandare al proprietario del bar,  gli risulta che nello sgabuzzino
conservi vecchi elenchi telefonici di ogni provincia d'Italia.
 
seconda parte -----------------------------------------------------------------
 
 
Finalmente sto sfogliando un elenco della ex provinccia di Novara, ora Verbania.
I numeri somiglianti a quello che posseggo provengono da Domodossola.
Chiamo i Vigili Urbani e chiedo se è possibile individuare il nuovo numero telefonico di un
utente domese, visto che quello che ho risulta inesistente.
Mi viene giustamente chiesto il nome del cittadino ossolano ma non so rispondere, per sommi
capi ripercorro la storia del numero con l'impiegato.
Il tipo, simpatico e curioso, si interessa al fatto e mi chiede se ho modo di contattarlo
tramite internet dandomi il suo contatto MSN; gli rispondo che l'indomani provvederò.

Un film che mi riporta in Piemonte all'epoca del liceo, mi offre i volti dei compagni di
viaggio che, con me, la mattina ancora al buio,  prendevano il treno per Novara.
Il riscaldamento, all'interno delle carrozza, ancora non dava un tepore apprezzabile, in
quanto era partito da poco e la condensa sui vetri rendeva miopi anche i falchi, i lampioni
e i fari delle automobili diventavano stelle a mille punte.
Alcune carrozze, con guasti all'impianto dei caloriferi, si riempivano di vapore, lo sguardo
non riusciva a superare i due metri e nei corridoi si camminava con le braccia protese per
accorgersi in tempo di chi, all'improvviso, usciva dagli scompartimenti.
Nei pressi di Novara, il fondale offriva un paesaggio completamente diverso da quello del
paese da cui partivo, Gravellona è in mezzo alle montagne, Novara è in mezzo ad una tavola.
Sono in un internet point, mi collego a MSN e digito il contatto di Giovanni il vigile.
E' collegato, lo chiamo e mi presento.
Mi saluta e dice di aver trovato un vecchio elenco telefonico dal quale ha ricavato il nome
dell'utente corrispondente al numero che gli ho fornito, gli riferisco di aver tentato la
medesima strada senza però successo.
Lo digita insieme al numero attuale dicendomi anche di conoscere personalmente la persona che
cerco e che è un suo coetaneo, un certo Stefanelli, 1962, l'anno che ha visto nascere anche me,
lo dico al mio interlocutore elettronico, guarda caso oggi è il suo compleanno, forse proprio
questo lo rende d'animo particolarmente disponibile.
Sono più vecchio io, gli scrivo, sono nato sei mesi prima, gli faccio gli auguri e mi congedo,
non prima di acconsentire ad un suo desiderio, lo devo rendere partecipe dell'epilogo della
faccenda.
Tra i compagni di liceo, quello che più mi era simpatico, era Stefano, di Villadossola, "Semper
drè a ciapà su sass". Così lo prendevo in giro, con il padre condivideva la passione di
raccogliere minerali e cristalli. Su uno scaffale a vetri, nel salone di casa sua, faceva mostra
di se, una suggestiva  raccolta.
C'è un disegnatore veneto, bravissimo a disegnare luoghi e situazioni, zeppi di indaffaratissime
formichine, decine di simpatici insetti, in multiformi fogge, riempiono le tavole.
Stefano faceva, già allora, la medesima cosa.
Disegnava, ad esempio, una cava, e minuscoli omini riempivano il foglio, uno sulla ruspa e uno
da indicazioni ad un gruista; uno e pronto a far esplodere una carica di dinamite, un'altro da
istruzioni agli altri per mettersi al riparo.
Disegnava un villaggio medioevale: uno strillava fuori dalla bottega, un'altro inseguiva una
pulzella;  un bimbo accarezza un cagnolino; una donna sbatte il tappeto fuorio dalla finestra.
Non la smettevo mai di inerpicarmi in mezzo ai tratti di biro di quel compagno di banco.
Subito chiamo il numero suggeritomi dall'impiegato comunale, mi risponde un uomo con voce
annoiata e distratta, la voce di chi, quando si è fatta sera, ha risposto già mille volte
attraverso una cornetta.
Dico chi sono e racconto gli avvenimenti dandogli una data approssimativa del mio arrivo.
Sono in vacanza, rinunciando agli ultimi giorni di permanenza nella città che mi vide nascere,
decido di raggiungere i luoghi che mi videro crescere.
Un ultimo sguardo ai cavi della funivia, su fino al cucuzzolo dove è annidata la stazione alta,
estremità accolta dal Virgolo e il treno muove nuovamente verso sud.
Cambio a Bologna, inseguo il sole verso Milano da dove, il treno, prende a sferragliare verso
nord.
Più volte mi sono ritrovato nel piazzale antistante la stazione di Verbania e spesso vi sono
giunto in età adulta, in ogni occasione però, noto la differenza percepita delle sue dimensioni,
da bambino mi sembrava gigantesco, nella realtà un autobus a fatica riesce a farci manovra.
Era la meta, quando raggiungevamo il vicino lido dove si andava a fare il bagno.
Lungo la scarpata che dalla ferrovia degrada fino a bagnarsi nel piccolo e quasi magico
lago di Mergozzo, vi erano piccole piazzole dalle dimensioni appena sufficienti ad accogliere
due piedi, da li ci si tuffava, a seconda della perizia, o dell'incoscienza, si sceglieva
l'altezza.
Incoscienti, a pensarci ora, io e il Luigi, saltavamo dalla più alta, molti lo facevano ma
pochi a testa in giù come noi, soprattutto fra i più piccoli; a carponi in alcuni tratti si
giungeva in cima, si guardava il lago con le dita dei piedi che si muovevano senza pace,
autonomamente, alla ricerca della migliore stabilità e, come i tuffatori della Quebrada ad
Acapulco, dopo qualche rituale, profondo respiro, ci si lanciava.
Bisognava fare attenzione ad allontanarsi il più possibile dal declivio, capitava spesso che
qualcuno strofinasse con le gambe i ciotoli appena sotto il pelo dell'acqua.
Si raggiungeva il lago in autostop, per sfruttare maggiormente il pomeriggio, il ritorno
lo facevamo in autobus, per non rischiare di chiedere passaggi fino a tarda sera anche se,
di quando in quando, capitava.
Ora vivo vicino al mare, che adoro, ma il ricordo degli asciugamani distesi sull'erba che
arriva fino all'acqua, è dolcissimo.
Telefono a Luigi, gli spiego il motivo dell'improvvisata e, inutile a dirlo, sarò suo ospite
fino a che rimarrò in zona.
- Tra mezz'ora sono da te. Mi risponde.
Vive a Ornavasso, in linea d'aria a pochissimi chilometri dalla stazione, ma le anse del Toce,
allungano di molto la strada.
Telefono anche a Giovanni dicendogli che sono arrivato e che l'indomani lo richiamerò per un
incontro.
Lascio i bagagli al bar e passo il tempo in attesa di Luigi andando a fare due passi verso il
lido dei tuffi, la passeggiata mi riporta a Jonathan e a Fletcher, a quell'epoca che vide me,
come loro , effettuare i primi voli, le piazzole sulla scarpata mi permettevano i loro medesimi
virtuosismi.
Luigi arriva e come ad ogni occasione, i singhiozzi di pianto non gli permettono di proferir
parola ed io piango con lui.
I ricordi degli anni giovanili fanno ressa sulla porta della memoria, spalla a spalla cercano
di uscire tutti insieme, il groppo alla gola restringe l'apertura.
- O capitano. Mio capitano.
I "dispresi" che facevamo da ragazzi mi portavano ad immaginare il deposito di legnami di
Via Paal.
Compivamo gesti terribili, oggi mi tratterrei a stento per non riempire di sberloni un bocia
che ne eseguisse di analoghi.
- Luigi, ricordi quando stavano costruendo il mobilificio dietro casa, a Gravellona?
- Che bastardi, eh!
Nel cantiere, quando avanzava del cemento già impastato, ancora fresco,lo usavamo per fare
atroci scherzi. Riempivamo le scarpe da lavoro, lasciate a fine turno dai muratori, di quel
calcestruzzo, mettendone un po' anche sotto la suola, usando come sostegno il manico di un
badile, incastravamo, trovando un punto d'appoggio a terra, le calzature sulle pareti appena
intonacate, ridendo come matti, immaginavamo gli operai, il giorno successivo, mentre
toglievano la pala e si ritrovavano le scarpe incollate al centro della parete.
Allora, queste cose, ci divertivano, oggi a raccontarlo, l'alzarsi degli angoli delle labbra
che comunque avviene, si accompagna ad un piccolo senso di colpa che però non ci toglie il
gusto di raccontarcelo per l'ennesima volta.
- Dove ha comprato il libro? Mi domanda.
- A bologna, due giorni fa. Rispondo. Sul banco di un ambulante.
- Due giorni fa anche io ero in viaggio, da Firenze ho raggiunto Bologna, dove sono sceso per
alcuni affari. Passeggiando mi sono fermato ad una bancarella, ho chiesto al rivenditore se
accettava uno scambio, il libro che avevo appena ultimato con uno che mi interessava e che
era in suo possesso. Ha accettato, con l'aggiunta di un paio di Euro è avvenuta la piccola
transazione.
- Allora ho comprato, proprio quel giorno, il libro da lei lasciato. Lo sa che sono quasi
impazzito cercando di decifrare una frase scritta a matita?
- Non ricordo, di quale frase si tratta?
- Ma guarda un po'. Questa è la frase origine del mio desiderio di contattarla.
- Eh si! L'ho scritta in treno, dopo che, alzando per un attimo, lo sguardo dal libro, nel
 corridoio è passata una persona che mi è sembrato di rico... no... sce... re
Smette all'improvviso di parlare, quasi con affanno.
- ...mi scusi, come ha detto di chiamarsi?
- Rossi. Mario Rossi. Rispondo parodiando il personaggio di Flemming.
- Mario Rossi! Quel... Mario Rossi. Quel Mario Rossi che frequentava il liceo artistico di
  Novara?
- Si! E' la scuola che ho frequentato per un breve periodo, un secolo fa ormai.
- Non ci posso credere. E' proprio te che ho pensato di riconoscere fuori dal mio scopartimento,
  ora capisco anche il perché non mi tornava in mente il tuo nome, sono passati forse...trent'anni?
- ...e tu sei Paolo? Quel Paolo? Quello appassionato di cave, miniere e sassi?
Che scemo che sono. Stefanelli Paolo, per scherzare lo chiamavo Paonelli Stefano e come Stefano
aveva occupato la mia memoria
- Già, sono proprio io.
- Ma guarda un po'!
 
 
 
I luoghi ed alcune persone descritte, così come alcune situazioni, fanno parte della mia vita;
il racconto, è di fantasia.
L'ho inserito nella categoria "Racconti", andrebbe bene anche in "Bottiglie".
Sarebbe bello se questa bottiglia la raccogliesse qualcuno che in questo racconto si
riconosce.
Un abbraccio

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